
Il papà di Emma
Il suono metallico del cercapersone mi invita a correre in sala parto. Immagino qualche problema in uno dei due travagli iniziati questa mattina. Mentre mi posiziono davanti al lettino di rianimazione, sento all’interno della sala parto la normale concitazione delle situazioni d’emergenza.
L’ultima spinta della mamma è seguita da un preoccupato ‘perché non piange?’ e dopo pochi istanti Emma mi viene portata sul lettino. La frequenza cardiaca è regolare, il tono muscolare è solo moderatamente ridotto e una breve asciugatura provoca qualche colpetto di tosse; nonostante il pianto sia leggero, Emma si ossigena velocemente. Non mostra un grande vigore, ma tono e mimica sono rassicuranti; valutata l’inutilità di aspirarla mantengo controllata la sua frequenza cardiaca.
Intanto con la coda dell’occhio intravedo il giovane papà che, uscito dalla sala parto, non ha il coraggio di venire a fianco del lettino. Pur conoscendo il nome della bambina (è già scritto sulla cartella), lo chiamo e gli chiedo quale nome hanno deciso di dare alla bambina. Non aspettava altro, salta al mio fianco ed esplode in uno squillante ‘Emma’. Non saprei dire se Emma ha riconosciuto la voce del papà, comunque improvvisamente apre i suoi occhioni, spalancandoli su di me. La giro su un fianco affinché possa vedere il viso del padre e questi venga ‘catturato’ da quello sguardo così intenso e speciale. Questo papà, nonostante il lungo travaglio della moglie e la concitazione dell’ultima difficile fase, mentre guarda la sua Emma non è spaventato né preoccupato, è semplicemente rapito. Come ogni padre che assiste alla nascita del primo figlio anche lui vive in un’altra dimensione, invaso da emozioni completamente nuove. A differenza della mamma, indebolita e un po’ intontita dalla fatica, il padre di Emma è emozionato ma lucido e il suo sguardo esprime bene una consapevolezza nuova e antica al tempo stesso.
Dopo aver sostituito i telini bagnati e aver avvolto Emma in altre copertine tiepide, la colloco tra le braccia del papà. Sento che la sua emozione è forte, ma il suo abbraccio è sicuro: Emma è in buone mani. Se avessi chiesto al papà se voleva prendere in braccio la sua bambina, mi avrebbe risposto che non era capace, che non l’aveva mai fatto; trovandosi Emma tra le braccia invece fa semplicemente quello che deve essere fatto. L’ostetrica al mio fianco non dice nulla, ma il sorriso che regala al padre è particolarmente rassicurante, è come se dicesse: ‘stai tranquillo, va tutto bene, c’è stato un momento difficile, ma è stato superato. Tutto questo il padre di Emma può percepire da un semplice sorriso. È padre da una manciata di minuti, ma la sua genitorialità sembra già esplosa.
Il papà dopo un paio di minuti passati con Emma in braccio sente il bisogno di rientrare in sala parto per riconsegnare la bambina alla mamma. In quei pochi minuti dopo il parto la mamma non ha fatto altre domande, sapeva che il marito stava vigilando la situazione; questa totale fiducia nel marito nasce probabilmente dalla condivisione della loro esperienza generativa. È con lui che questa madre ha ‘pensato’ di far vivere un nuovo individuo, è alla sua presenza che questa nuova identità ha preso forma e si è resa concreta, è con la sua partecipazione che questa bambina è giunta tra noi; ed è questo marito che riconsegna alla moglie la creatura, letteralmente ‘colei che la madre ha creato’. Da ora in avanti condivideranno la crescita di Emma e lei da oggi si nutrirà di questa genitorialità: eventuali fratture o sbilanciamenti tra questi due genitori produrranno fratture e sbilanciamenti anche in lei.
La ‘normale’ nascita di Emma ci chiama a riflettere sull’importanza della presenza del padre; la sua assenza o esclusione avrebbe impoverito questo parto. Di fronte all’emergenza avremmo potuto fare uscire il padre per richiamarlo quando la tempesta si fosse calmata, ma la sua esclusione avrebbe sottratto qualcosa a tutti, a lui ma anche alla mamma e ad Emma, ed anche a noi operatori. La sua assenza per noi avrebbe potuto rappresentare una semplificazione, ma il prezzo di questa comodità avrebbe potuto impedire a questo papà di ‘partorire’ la sua Emma.
Ricordo come fosse ieri la nascita del mio primo figlio avvenuta oltre vent’anni fa, il padre di Emma ricorderà per sempre la sua bambina tirata per i capelli, portata sul lettino da rianimazione, che dopo pochi secondi lo ha guardato dritto negli occhi.
Questo è il racconto del pomeriggio in cui è nata Emma, ma per passare dal particolare al generale (sempre che l’operazione serva a qualcosa), aggiungo alcune osservazioni meno aneddotiche.
Per capire meglio i sentimenti e le emozioni dei neo-papà, nel punto nascita in cui lavoro abbiamo interrogato, nel 2004, 118 padri, utilizzando un questionario con scala di Likert. La maggior parte di loro sono risultati ben consapevoli dell’importanza del loro supporto nei confronti della mamma e, in una percentuale inferiore, anche verso le necessità del neonato; hanno manifestato un forte desiderio di contribuire alle cure del bambino, mentre è risultata bassa l’intenzione di delegare completamente ad altri questo compito. I padri intervistati hanno manifestato chiaramente il desiderio di un contatto fisico con il figlio, verso il quale dichiarano sentimenti di protezione e di tenerezza. I sentimenti alla vista del bambino sono risultati profondi e assai poco ‘virili’; nelle domande aperte qualcuno ha dichiarato che in sala parto avrebbe voluto cantare o addirittura danzare…Molti papà hanno manifestato la convinzione che il loro intuito può essere sufficiente a guidarli nel prendersi cura del bambino (lo studio completo è scaricabile dal sito www.vocidibimbi.it)
È probabile che questi padri sopravvalutino le loro competenze e intenzioni, e che alla prova dei fatti mostrino invece ansia e insicurezza, anche nelle situazioni più semplici; dobbiamo però riconoscere che le loro emozioni sono ricche e profonde e che l’immagine del padre distaccato e ‘virile’, è decisamente lontana e superata.
L’ostetrica e gli altri operatori sanitari coinvolti nel percorso nascita possono fare molto per coinvolgere il padre e favorire la sua maturazione psicologica e sociale verso una paternità consapevole e felice. Non c’è bisogno che l’ostetrica si trasformi in psicologa, è sufficiente che veda il padre come un elemento necessario alla relazione madre-figlio, anche nei mesi di gravidanza. L’ostetrica che acquisisce questa consapevolezza potrà aiutare il padre a concentrarsi sul bambino che cresce nella pancia della moglie, accompagnandolo così all’origine delle modificazioni fisiche che questa manifesta.
Il padre non deve ‘assistere al parto’, egli deve ‘partecipare alla nascita’. Questo significa aiutarlo a farsi catturare dalla vista miracolosa del proprio bambino che viene al mondo, ma anche accompagnarlo a rivisitare in profondità i propri sentimenti nei confronti della moglie, riconoscendone, più o meno inconsciamente, la potenza generatrice.
Dopo il parto, soprattutto nelle strutture dove è operativo il rooming-in, il padre ha numerose occasioni per esercitarsi nella conoscenza del figlio e iniziare l’elaborazione dei propri sentimenti e delle proprie aspettative. Anche nella promozione e nel sostegno all’allattamento materno l’influenza del padre si è mostrata importante ed efficace.
Nel centro nascita in cui lavoro la semplice idea di dare ai padri un cartellino di riconoscimento con la scritta ‘Papà’, oltre all’utilità organizzativa per regolamentare gli ingressi in reparto, ha rappresentato anche un chiaro riconoscimento della nuova identità che da ora in avanti questi uomini sono chiamati ad esprimere.
Alessandro Volta ha da poco pubblicato per Urra: Mi è nato un papà, anche i padri aspettano un figlio.



