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	<description>eventi e articoli</description>
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		<title>Colloquio d’autore: Umberto Galimberti incontra Giuliana Mieli</title>
		<link>http://www.urraonline.com/articoli/2010/02/25/colloquio-dautore</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 21:29:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Giuliana Mieli, psicologa clinica e autrice del libro Il bambino non è un elettrodomestico, siede attorno a un tavolo con il noto filosofo, giornalista e scrittore Umberto Galimberti. Un momento di dialogo e confronto informale, per il piacere di dibattere di temi importanti, centrali nella riflessione di entrambi: l’affettività, come elemento...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giuliana Mieli, psicologa clinica e autrice del libro <a href="http://www.urraonline.com/libri/9788850327898/scheda">Il bambino non è un elettrodomestico</a>, siede attorno a un tavolo con il noto filosofo, giornalista e scrittore Umberto Galimberti.<br />
Un momento di dialogo e confronto informale, per il piacere di dibattere di temi importanti, centrali nella riflessione di entrambi: l’affettività, come elemento essenziale alla crescita e alla maturazione dell’individuo, l’educazione affettiva, oggi inesistente, e il “prendersi cura”, come condizioni e strumenti indispensabili per superare le crisi e le perversioni della società di oggi, la maternità e la paternità come momenti fondamentali, fin dal concepimento, per rispondere ai bisogni affettivi.<br />
<center></p>
<p>
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</p>
<p></center></p>
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		<title>Manifesto salutogenico</title>
		<link>http://www.urraonline.com/articoli/2009/10/28/manifesto-salutogenico</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 08:56:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Verena Schmid</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Per il trentesimo compleanno come ostetrica, Verena Schmid ha preparato un manifesto come regalo per le ostetriche. Verrà affisso in molti ospedali e consultori d'Italia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Per il trentesimo compleanno come ostetrica, Verena Schmid ha preparato questo manifesto come regalo per le ostetriche. Verrà affisso in molti ospedali e consultori d&#8217;Italia.</em></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-438" title="manifesto" src="http://www.urraonline.com/articoli/2009/10/manifesto.jpg" alt="manifesto" width="448" height="642" /></p>
<p><strong>Cara Ostetrica</strong>,</p>
<p>il tuo profilo professionale ti definisce come un’operatrice della fisiologia, una promotrice della salute di donne e bambini. Ma ti sei formata e hai fatto esperienza nel modello medico di ostetricia che si orienta alla patologia, al rischio.<br />
La salutogenesi ti offre delle basi teoriche e pratiche semplici per convertire il tuo approccio alla donna dall’orientamento al rischio all’orientamento sulle risorse, da un approccio lineare a un approccio circolare.<br />
Puoi dare alle donne e ai loro partner gli strumenti per interagire meglio con l’evento nascita con alcuni semplici accorgimenti che questo manifesto promuove.</p>
<p>Ecco i punti principali della teoria della salutogenesi, formulati dal più autorevole dei teorici della salutogenesi Aaron Antonowsky, medico di medicina sociale:</p>
<p>La capacità dell’individuo di interagire attivamente e da protagonista con gli eventi è chiamata <em>coping</em>.</p>
<p>Il <em>coping</em> è il risultato della qualità del <em>senso di coerenza</em>.</p>
<p>Il <em>senso di coerenza</em> si forma nel periodo perinatale, nei primi anni di vita e si può modificare leggermente nell’adolescenza, durante il parto e nei periodi di crisi. Il sostegno è un elemento fondamentale per migliorarlo.</p>
<p>Il senso di coerenza si compone di tre fattori interdipendenti:</p>
<ul>
<li><em>la prevedibilità</em>, ovvero l’orientamento, sapere, capire cosa succede</li>
<li><em>la gestibilità</em>, ovvero la capacità di interagire con quello che succede</li>
<li><em>il senso profondo</em>, ovvero dare un senso emozionale a quello che succede, la motivazione</li>
</ul>
<p><em>In altre parole, applicate alla maternità</em>:<br />
se aiuti le donne, i loro partner, a comprendere cosa succede, quali sono i percorsi possibili, se offri loro strumenti pratici e di sapere per affrontare le varie fasi della maternità, se trasmetti loro il profondo senso di questi eventi, allora migliori il loro <em>coping</em> rispetto all’evento nascita e li metti in grado di affrontare la nascita del loro bambino con maggiore sicurezza e protagonismo, quindi con maggiore salute.</p>
<p>Quando una donna sa a cosa va incontro e quali sono le varie possibilità concrete, quando si sente in possesso degli strumenti adatti per affrontare la gravidanza, il travaglio, la nascita, l’allattamento, quando comprende il senso funzionale e emozionale di tutto ciò, allora può andare incontro alla nascita di suo figlio con fiducia, sicurezza e motivazione. Lo stesso vale per il suo partner.</p>
<p><strong>Per saperne di più vai alla scheda del libro <a title="Scheda libro" href="../libri/9788850325764/scheda">Salute e Nascita, la salutogenesi in gravidanza</a>, di Verena Schmid.</strong></p>
<p><a title="Scheda libro" href="http://www.urraonline.com/libri/9788850325764/scheda"><img class="size-full wp-image-437 alignnone" title="salute" src="http://www.urraonline.com/articoli/2009/10/salute.jpg" alt="salute" width="150" height="211" /></a></p>
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		<title>Un libro con l&#8217;anima</title>
		<link>http://www.urraonline.com/articoli/2009/10/05/un-libro-con-lanima</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 09:25:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Cristina Cappennani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>
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		<category><![CDATA[neonati]]></category>
		<category><![CDATA[prematurità]]></category>

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		<description><![CDATA[Caro lettore,
raramente occupo questo spazio per parlare in prima persona, preferendo giocare dietro le quinte, protetta dall’anonimato, solo illusorio, dei testi descrittivi dei “miei” libri.
Non ho mai speso molte parole sui volumi di cui seguo la pubblicazione che non fossero quelle contenute nel libro stesso – le uniche veramente importanti – o quelle degli apparati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro lettore,<br />
raramente occupo questo spazio per parlare in prima persona, preferendo giocare dietro le quinte, protetta dall’anonimato, solo illusorio, dei testi descrittivi dei “miei” libri.</p>
<p>Non ho mai speso molte parole sui volumi di cui seguo la pubblicazione che non fossero quelle contenute nel libro stesso – le uniche veramente importanti – o quelle degli apparati di rito, necessari alla normale attività di promozione del libro.</p>
<p>Questa volta contravvengo alle abitudini per un libro davvero speciale e al quale tengo particolarmente.</p>
<p>Comincio dall’inizio, da quando il manoscritto “telematico” è finito sul desktop del mio computer. Inviato da un mittente non qualunque. Magari lo fosse stato, “qualunque” dico: avrei riservato un’accoglienza migliore alla proposta editoriale. Invece era il capo del mio capo che, tramite il mio capo, me lo indirizzava. Per la verità in modo molto neutrale, semplicemente chiedendo di dargli un’occhiata, valutare e, semmai, indirizzare il candidato autore verso altri lidi.</p>
<p>Non nego, per un attimo ho pensato di essere immersa in una storia di ordinaria amministrazione: sapete, i pregiudizi sono duri a morire. Temevo di trovarmi per la prima volta a sciogliere uno dei rebus più frequenti della vita d’ufficio: nel caso non avessi trovato il manoscritto adeguato alla pubblicazione, avrei fatto meglio a tacere e accondiscendere, o a sostenere la mia posizione anche nel caso fosse stata contraria a quella dei miei superiori?</p>
<p>La realtà è che anche questa volta non sono arrivata a confrontarmi con la soluzione del rebus, non ce ne è stato bisogno.</p>
<p>Mi portai a casa il manoscritto un venerdì pomeriggio, con il proposito di dargli una lettura almeno parziale nel fine settimana: quanto meno gli avrei dedicato un livello di concentrazione altrimenti difficilmente raggiungibile nell’orario d’ufficio, quando il telefono suona più spesso di quanto desidererei e i soliti imprevisti impegnano la giornata.</p>
<p>Una volta iniziata la lettura non riuscii più a interromperla. Le parole del diario – sì, un diario – mi trascinavano, mi obbligavano a continuare. Così lo lessi tutto d’un fiato, nonostante le quasi seicento pagine.</p>
<p>Il libro in questione è “<a href="http://www.urraonline.com/libri/9788850328925/scheda" target="_blank">420 grammi</a>”, sottotitolo “Storia di una nascita difficile: diario di un padre, pensieri di una madre”, da qualche giorno in libreria. Non vi racconto di cosa parla il libro, l’ho già fatto nella pagina dedicata di questo sito.</p>
<p>Ciò che vorrei ribadire invece è perché questo libro è speciale:</p>
<ol>
<li>perché non c’è una briciola di fiction in questo diario: niente di inventato, ricostruito, risistemato, cucinato per rendere la lettura più accattivante. L’unico intervento richiesto agli autori rispetto all’originale, scritto proprio mentre i fatti avvenivano, è stato di tagliare o condensare le parti ridondanti, quelle in cui non accadeva, apparentemente, nulla, in cui le condizioni di Federico, il bimbo protagonista di questa storia, erano stabili, i giorni delle attese “luuuunghe”, troppo “luuuuunghe”, interminabili. E anche in questo caso i tagli sono stati fatti con moderazione, perché non volevamo che il lettore perdesse del tutto la percezione del tempo che scorreva lento, delle attese che sembravano un preludio di eternità.</li>
<li>perché non è un libro ideologico, un libro che vuole sostenere una parte demonizzando quella avversa, essere strumentalizzato. Tanto meno vuole proporre i genitori come modelli da seguire, nonostante l’orgoglio, che dalle righe traspare, di essere riusciti a non perdere la ragione e un sano buon senso, a reagire, tutti insieme – Federico compreso, Federico in primis – a un contesto come quello che si sono trovati a vivere.</li>
<li>perché la loro storia, che hanno vissuto a lungo il più possibile in solitudine – lontano dalla curiosità morbosa di chi vuol sapere senza esserne partecipe, ma lontano anche dai parenti e da molti amici –  viene rivelata integralmente con la pubblicazione di questo diario con un solo desiderio: che sia d’aiuto ai genitori di “bimbi nati all’inizio di una salita”. E con un solo scopo: che il ricavato degli autori derivato dalla vendita di questo libro vada a sostegno della ricerca e del progresso medico.</li>
</ol>
<p>Un noto romanziere ha scritto che “ogni libro ha un’anima”. Io non credo che sia così per tutti i libri, ma questo senz’altro ce l’ha. Non solo, questo libro ha un’anima e anche ali.</p>
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		<title>Intervista a Claudio Naranjo</title>
		<link>http://www.urraonline.com/articoli/2009/06/26/intervista-a-claudio-naranjo</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 13:24:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>

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		<description><![CDATA[L'autore intervistato dall'Argentina, in occasione della pubblicazione in Italia del suo nuovo libro <a href="http://www.urraonline.com/libri/9788850327867/scheda" title="vai alla scheda video">L'ego patriarcale</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;autore intervistato dall&#8217;Argentina, in occasione della pubblicazione in Italia del suo nuovo libro <a title="vai alla scheda video" href="http://www.urraonline.com/libri/9788850327867/scheda">L&#8217;ego patriarcale</a>.</p>
<p><object width="450" height="374" data="/wp-content/uploads/video/video.swf?us=apogeonline&amp;link=/wp-content/uploads/video/naranjo.mp4&amp;wdt=450&amp;img=&amp;ts=&amp;frm=4:3&amp;nspt=&amp;ispt=&amp;sspt=&amp;pspt=&amp;lspt&amp;loc=_loc" type="application/x-shockwave-flash"><param name="id" value="shinyflash" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="/wp-content/uploads/video/video.swf?us=apogeonline&amp;link=/wp-content/uploads/video/naranjo.mp4&amp;wdt=450&amp;img=&amp;ts=&amp;frm=4:3&amp;nspt=&amp;ispt=&amp;sspt=&amp;pspt=&amp;lspt&amp;loc=_loc" /></object></p>
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		<title>Una &#8220;sana&#8221; sculacciata? Ask the boy!</title>
		<link>http://www.urraonline.com/articoli/2008/12/18/una-sana-sculacciata-ask-the-boy</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2008 08:56:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Volta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Scienze Umane e Sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[A volte, animati dalle più buone intenzioni o dall'esasperazione, gli adulti ricorrono ad approcci che non escludono modalità violente per scopi educativi. Ma è proprio vero che una "sana" sculacciata non ha mai fatto male a nessuno?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il fatto.</strong> In Inghilterra un dirigente d’azienda sculaccia il figlio Harry di 7 anni che si era allontanato da casa al buio per recarsi al parco; in base ad una legge del 2004 sul &#8216;castigo genitoriale&#8217; il solerte padre viene condotto in questura e lì trattenuto per una notte in attesa di essere interrogato.</p>
<p><strong>Il seguito.</strong> Un autorevole giornalista de La Repubblica scrive un commento alla vicenda inglese ironizzando sulla giustizia di quel paese. Egli sostiene &#8220;non è stato un isterico schiaffo sul viso, ma una salutare manata sul sedere che &#8211; come sanno tutti i padri affettuosi del mondo &#8211; è una prova d&#8217;amore, una specie di energica carezza che non può esser confusa da nessuno con un atto di violenza&#8221; Il pezzo termina con parole grosse &#8220;l&#8217; Inghilterra sta diventando uno strano paese dove i ragazzi si accoltellano senza ragione, (&#8230;) per i minorenni è più facile comprare coltelli che birra. Forse noi padri siamo davvero dei loschi individui, ma se a questi giovani accoltellatori i loro padri avessero dato qualche sculacciata o magari anche qualche schiaffone in più&#8230;</p>
<p><strong>L&#8217;esperto.</strong> Westen Drew nel suo trattato di psicologia, in uso presso molte università, scrive che &#8220;quando ci si comporta in modo aggressivo per punire un comportamento, spesso si ottiene solo di stimolare l&#8217;aggressività della persona punita (&#8230;) quanto più i genitori ricorrono alla punizione fisica tanto più i loro figli tendono a comportarsi in modo aggressivo. Se i genitori che utilizzano tali sistemi intendono insegnare ai loro figli l&#8217;autocontrollo, farebbero meglio a impararlo loro, perché picchiare i bambini tende a far aumentare la probabilità che da adulti abbiano meno autocontrollo, meno autostima e relazioni più disturbate, che siano più soggetti alla depressione e che maltrattino a loro volta i figli ed il coniuge.&#8221;.</p>
<p><strong>Il nostro commento.</strong> È senz&#8217;altro esagerato l&#8217;arresto del padre di Harry, anche se per una sola notte; inoltre immaginiamo quali sensi di colpa avranno angosciato il piccolo discolo. Ma non distraiamoci con le questioni legali. Cerchiamo di capire chi ha ragione tra il nostro brillante giornalista e l’autorevole studioso americano. Il primo sostiene che senza un po&#8217; di botte si diventa accoltellatori, il secondo sostiene che è vero il contrario, la punizione fisica produce adulti violenti.</p>
<p>Una prima osservazione è che l&#8217;affermazione del giornalista sembra basarsi sul semplice buon senso (un po&#8217; di disciplina è necessaria e una sana punizione a volte inevitabile), lo studioso invece fonda la sua affermazione su numerosi studi di psicologia e sociologia (è ampiamente documentato che gli adulti violenti hanno in passato subito violenze, molto spesso tra le mura domestiche).</p>
<p>La seconda osservazione nasce dalla affrettata affermazione del giornalista che definisce la sculacciata non un atto di violenza, ma al contrario una &#8216;energica carezza&#8217;, la &#8216;manata sul sedere – sostiene un po&#8217; troppo precipitosamente &#8211; è una prova d&#8217;amore&#8217;. Se fosse veramente come sostiene il commentatore, il piccolo Harry come reazione alla sculacciata avrebbe dovuto sorridere e abbracciare l&#8217;affettuoso padre. Probabilmente non c&#8217;è giudice né giornalista né genitore né psicologo in grado di sapere se quella sculacciata è stata o meno un atto di violenza, solo il piccolo Harry potrà dirci se per lui la reazione del padre è stata umiliante, se l&#8217;ha ferito dentro più che sul sedere. Dobbiamo chiede a Harry se ha percepito il padre come un implacabile castigatore, se ha sentito il peso di un giudizio rivolto a lui come persona anziché sull&#8217;azione commessa.</p>
<p>Terza ed ultima osservazione. Se analizziamo il problema secondo il metodo dell&#8217;ask the boy (nel dubbio chiedi al ragazzo, cioè cerca di vedere la cosa anche dal suo punto di vista), sarebbe molto utile chiedersi perché Harry ha deciso di andare da solo nel parco al buio? Una ragione l&#8217;avrà senz&#8217;altro avuta, e probabilmente il suo scopo non era né quello di fare spaventare il padre né tantomeno quello di ricevere una sana patacca sul sedere. Ragionare con lui sul motivo della sua azione avrebbe probabilmente prodotto molto più della sculacciata. Non raggiungiamo un grande risultato se Harry in futuro farà attenzione a non allontanarsi da casa soltanto perché ha paura di essere picchiato. Nell&#8217;età evolutiva la strada dell&#8217;autonomia e della responsabilità deve passare dal dialogo e dalla riflessione affettuosa; la punizione fisica o psicologica non riesce ad educare neppure un adulto figuriamoci un bambino, che probabilmente in quel parco voleva soltanto verificare se quella sera sarebbe passato Ivanhoe per abbeverare al tramonto il suo bianco cavallo&#8230;</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Per favore, non toccare!</title>
		<link>http://www.urraonline.com/articoli/2008/10/08/per-favore-non-toccare</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2008 09:03:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Volta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>

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		<description><![CDATA[L'evoluzione cognitiva del bambino piccolo è un viaggio affascinante, in cui la manipolazione degli oggetti riveste un ruolo essenziale. Alessandro Volta, pediatra, istruttore di Rianimazione neonatale e autore del libro "Nascere genitori" ci spiega come il sapere fare sia nel bambino preludio imprescindibile  del sapere astratto e verbale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se mi concentro per ricordare la frase ricorrente della mia infanzia, senz&#8217;altro risento un energico e deciso &#8216;non toccare!&#8217;: sicuramente detto a fin di bene per evitare danni a me stesso e alle cose (e l&#8217;aneddotica famigliare abbonda delle mie azioni rovinose).</p>
<p>Ma dopo quasi mezzo secolo, oggi come allora, alla frase citata segue nella mia mente la domanda &#8216;perché?&#8217;. Un po&#8217; è inevitabile che un genitore sia avaro di motivazioni (&#8217;quello che ti dico è giusto ed è per il tuo bene&#8217;) però qualche spiegazione ulteriore forse mi avrebbe aiutato – ed educato – ad agire con maggiore consapevolezza, permettendomi di regolare il comportamento in maniera più autonoma anziché seguire i comandi e i desideri della mamma.</p>
<p>In realtà una domanda molto interessante che qualcuno avrebbe potuto pormi sarebbe stata: &#8216;ma perché tocchi tutto?&#8217;. Avrei così potuto rispondere che avevo bisogno di manipolare per verificare forme e consistenza; avrei aggiunto che, limitandomi a guardare, non avrei potuto sapere cosa succede ad un oggetto messo in movimento dalle mie mani. Attraverso questa domanda forse avrei iniziato a riflettere che non è poi necessario toccare tutto, che qualcosa può anche essere soltanto osservato e che gli oggetti non esistono solo per me e per le mie mani.</p>
<p>Oggi sappiamo molto bene che fin dalla prima infanzia la manipolazione autonoma e creativa degli oggetti, e della realtà fisica in generale, rappresenta un&#8217;esperienza essenziale per lo sviluppo della mente. Il cervello infatti si sviluppa a seguito degli stimoli che riceve nel corso delle prime esperienze ed è lo stimolo prodotto dall&#8217;esperienza a creare effetti sull&#8217;espressione del potenziale genetico. In questo senso l&#8217;ambiente diventa più importante della genetica, l&#8217;esperienza più del temperamento e delle caratteristiche innate.</p>
<p>Il primo segno di un&#8217;evoluta capacità cognitiva lo troviamo nella coordinazione tra visione e prensione, all&#8217;incirca a metà del primo anno di vita. In seguito il bambino impara ad agire sulla realtà che lo circonda lanciando gli oggetti e producendo suoni attraverso la loro manipolazione. Il piacere di lanciare e farsi riportare un giocattolo in modo ripetuto e senza mai annoiarsi dimostra quanto sia importante per un lattante questo tipo di attività.</p>
<p>Quando il bambino manipola un oggetto ne costruisce automaticamente un&#8217;immagine mentale: forma, colore, consistenza, prospettive, rimangono impresse nel suo cervello per sempre e vanno a costituire un database ricco e variegato dove tutti gli oggetto esplorati vengono classificati e collegati tra loro. Inizia così nel primo anno di vita un sapere fondamentale che indirizzerà il successivo sviluppo neurologico e che sarà la base per ogni altra conoscenza.</p>
<p>Il saper fare precede il sapere astratto, come quello verbale e simbolico. Soltanto dopo aver a lungo manipolato la palla il bambino riesce a possederla nella mente sotto forma di immagine mentale; a seguito di questa conoscenza tattile e concreta si svilupperà la conoscenza astratta e sarà possibile attribuirle un nome; così, richiamando il nome, comparirà l&#8217;immagine mentale della palla anche in sua assenza.</p>
<p>Toccare serve dunque anche per imparare a parlare e questa esperienza concreta si dimostra necessaria per sviluppare il pensiero e le altre attività cognitive.</p>
<p>Ma quali sono gli oggetti che permettono ad un bambino piccolo le esperienze migliori?</p>
<p>La risposta la può dare soltanto il bambino stesso attraverso il suo comportamento. A questo proposito ricordo uno dei miei figli di pochi mesi manipolare e addirittura parlottare con un voluminoso fiocco rosso residuo di un pacco natalizio. Ma ricordo anche il mio stesso interesse (documentato da una vecchia foto in bianco e nero scattatami all&#8217;età di tre anni) per un normalissimo ma misterioso cavatappi. Credo che alla fine il best-seller manipolatorio per ogni gattonatore che si rispetti sia rappresentato dal primo cassetto della cucina (quello più facilmente raggiungibile e adeguatamente controllato dai genitori): vi si potranno trovare cucchiai di legno o di plastica (meglio se colorati), stampini per i biscotti, spatole arrotondate, sottopentola artistici, strofinacci e presine (molto buone quelle della nonna fatte all&#8217;uncinetto), vecchi rocchetti oppure quei grossi ganci adesivi di plastica un po&#8217; kitsch ma interessanti, &#8230;tutto comunque senza marchio o etichette certificate, e la palestrina progettata per i nuovi Einstein regalataci dai parenti durerà pochi giorni, molto presto il bambino si stancherà dei soliti oggetti che lo guardano muti e distratti.</p>
<p>Ricordiamo inoltre che immagini che non possono essere manipolate o che non possono essere esplorate con tempi e modi controllati dal bambino, risultano inevitabilmente incomprensibili e confondenti e rappresentano quindi un&#8217;esperienza destabilizzante e negativa. Immagini di questo tipo sono quelle del video &#8211; TV e PC &#8211; che non dovrebbero essere utilizzate nei primi 2-3 anni di vita.</p>
<p>L&#8217;esperienza del bambino può anche essere favorita o promossa da un adulto, ma deve comunque essere un&#8217;esperienza attiva e individuale; per essere efficace deve essere guidata dal bambino stesso, deve cioè iniziare quando a lui la cosa interessa e deve svilupparsi in base alle sollecitazioni che la sua mente articola in quel determinato contesto; anche il termine dell&#8217;esperienza avverrà quando l’effetto prodotto avrà raggiunto il suo scopo e la sua pienezza. Questo per dire che l&#8217;interferenza dell&#8217;adulto è il più delle volte inopportuna e fuorviante, perché l&#8217;azione dell&#8217;adulto sarà inevitabilmente guidata da categorie mentali del tutto diverse. Il bambino vede cose che noi grandi non possiamo neppure immaginare; un oggetto per lui può avere significati immaginifici inaccessibili alle nostre categorie mentali, per lui davvero &#8216;l&#8217;essenziale è invisibile agli occhi&#8217; (e la frase è in bocca ad un piccolo principe&#8230;).</p>
<p>Se l&#8217;azione del bambino sarà autonoma e libera da condizionamenti esterni, risulterà anche creativa ed efficace. Il genitore attento si preoccuperà di lasciar fare, di lasciare toccare, di lasciare leccare; per non interferire e per sorvegliare sulla sicurezza, si manterrà a distanza aspettando di essere coinvolto, se e quando necessario.</p>
<p>Tutto questo è un incredibile e favoloso &#8216;passo a due&#8217; dove il protagonista è il bambino e l&#8217;assistente è l&#8217;adulto: come due ballerini, si avvicinano e si allontanano, si toccano e si lasciano, a volte piroettano insieme (il più piccolo in braccio al più grande), altre volte il grande si ferma a osservare e il protagonista prende la scena riempiendo il palcoscenico con la propria vitalità e creatività.</p>
<p>Honegger Fresco ha osservato che dopo i progetti &#8216;Nati per leggere&#8217; e &#8216;Nati per la musica&#8217; (che si propongono di stimolare e promuovere la lettura precoce ad alta voce e l&#8217;ascolto/produzione di suoni fin dalla nascita), forse sarebbe opportuno lanciare un progetto &#8216;Nati per fare&#8217;, così da sensibilizzare i genitori dell&#8217;importanza che i bambini manipolino in maniera libera e creativa.</p>
<p><strong>Alessandro Volta</strong>, è pediatra e padre di tre figli. È istruttore regionale per la Rianimazione neonatale e partecipa ai lavori della Commissione Nascita della Regione Emilia Romagna. Formatore per l&#8217;allattamento al seno secondo le linee guida OMS e UNICEF, tiene periodicamente corsi di accompagnamento alla nascita e di sostegno alla genitorialità per i genitori e per il personale sanitario. Ha scritto per Urra il libro <a href="http://www.urraonline.com/libri/9788850328277/scheda">Nascere Genitori</a>.</p>
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		<title>L&#8217;empowerment e l&#8217;alleanza donne-ostetriche</title>
		<link>http://www.urraonline.com/articoli/2008/09/15/lempowerment-e-lalleanza-donne-ostetriche</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Sep 2008 13:28:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Verena Schmid</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Divulgazione Scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[Medicina]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>

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		<description><![CDATA[L'integrazione e l'uso di tutte le risorse della donna,  di quelle biologiche con quelle sociali (conoscitive, decisionali e intellettuali)  e l'integrazione di sessualità e sacralità portano a un potente processo  di empowerment. La consapevolezza di questi aspetti permette di integrarli nella personalità  e di farli diventare risorsa interiore, forza, potenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Verena Schmid</em></p>
<p>Tratto da <a href="http://www.urraonline.com/libri/9788850325764/scheda">Salute e nascita, la salutogenesi in gravidanza</a> (Urra, 2007)</p>
<p>Il processo emancipativo della donna italiana sul piano sociale è stato moltorapido. Ciò ha costretto le donne a concentrarsi sul loro aspetto sociale ead attivarlo fortemente, trascurando e allontanandosi dalla loro polarità femminile,materna, dal loro corpo, dalla loro biologia. La propria biologia oggi viene percepita più come vincolo, limite, che come risorsa, potenza, fedele all’immagine maschile della donna che la scienza rispecchia a tutti i livelli. È carica di condizionamenti negativi dal passato. Genera la paura di ricadere in antichi ruolifemminili e nella dipendenza, non più desiderati dalle donne moderne. Quindi viene negata, confinata nei piani inferiori.</p>
<p>Il percorso maternità, forte attivatore della biologia femminile, la fa riemergere, essa s&#8217;impone ed entra in conflitto con l’idea culturale dell’essere donna, generando paura e il desiderio di affidarsi agli &#8220;esperti&#8221;.</p>
<p>La biologia femminile apre, rende vulnerabili e quindi spesso viene interpretata come debolezza, trascurando l’aspetto della potenza che sta proprio nella capacità di apertura, nella capacità di lasciar passare un essere immateriale attraverso di sé, rendendolo materiale.</p>
<p>Mentre l&#8217;emancipazione femminile sociale è un dato di fatto, l’emancipazione personale,intima è più lenta. Deve passare attraverso la costruzione di un’autostima radicata nell’identità personale, nell’identità di genere.</p>
<p>Nella realtà della vita familiare, la donna si sottomette ancora spesso all&#8217;uomo. Il potere dei medici è sostenuto da questo fatto. Ancora la donna si lascia umiliare e fare violenza proprio nella sua sfera più intima, in nome di una sicurezza esterna, nutrita dall’insicurezza interna, dalla paura. Il controllo istituzionale sulla donna da sempre è passato sul suo corpo, smembrandolo. Viceversa anche l&#8217;emancipazione femminile più profonda passa attraverso il corpo, recuperandone l’integrità.</p>
<p>L’emancipazione d’identità passa anche attraverso il riconoscimento, non la negazione, attraverso l’integrazione, non la rimozione di tutte le donne dei secoli e millenni passati abitanti ancora dentro ognuna di noi. Il confronto con loro, l’imparare a comprendere quando un aspetto di una di loro si esprime, agisce in noi, riconoscerle, nominarle porta alla possibilità di scegliere chi vogliamo essere (Schmid, 2005).</p>
<p>Da questa ottica il taglio cesareo senza indicazioni rappresenta una mutilazione genitale e l’analgesia epidurale una prigione (Rich).</p>
<p>Adrienne Rich: <em>&#8220;Le moderne possibilità dell’analgesia stanno creando un nuovo tipo di prigione per le donne; la prigione della non-coscienza, delle sensazioni attutite, dell’amnesia, della passività totale.( &#8230;) Ma lo sfuggire al dolore fisico o psichico è un meccanismo pericoloso, che può farci perdere contatto non solo con le sensazioni dolorose, ma con noi stesse!&#8221;.</em></p>
<p>Dick Read: <em>&#8220;Non si permette alla donna moderna di fare esperienza cosciente delle sue sensazioni fisiche e della loro eco emotiva derubandola così della ricompensa data dalla consapevolezza della forza del suo parto&#8221;.</em></p>
<p>L’ostetrica, nella sua identità maieutica, salutogenica, può offrire alle donne delle opportunità per affrontare la nascita in modo diverso, per crescere nella direzione di sé stesse attraverso le modalità relazionali dell’assistenza e l’offerta di gruppi pre e post natali. Ma anche l&#8217;ostetrica è una donna. Una donna chesi trova in un qualsiasi momento del suo processo di emancipazione personale e sociale. Spesso anche lei è una donna che nella sfera personale porta le sue ferite, si sottomette all&#8217;autorità dell&#8217;uomo,oppure si trova in un forte conflitto o in competizione con il maschile (interno e esterno).</p>
<p>Nell&#8217;alleanza con la donna, accompagnandola in modo maieutico, l&#8217;ostetrica può sviluppare il proprio processodi empowerment, sia a livello personale, sia fortemente anche a livello professionalee sociale.</p>
<p>La specificità dell&#8217;ostetrica è quello di stare accanto alledonne in quanto donna con continuità e di facilitare i processi di cambiamento. In tutti gli altri ambiti professionali è facilmente sostituibile da altri operatori, infermiere o medici. L’ostetrica ospedaliera infatti vive in costante competizione con queste due figure.</p>
<p>L&#8217;alleanza tra donne che vogliono emanciparsi anche e proprio attraverso la maternità, ricostruire la propria integrità, riprendersi la loro forza e ostetriche che vogliono recuperare la loro professionalità applicando il modello della midwifery, il modello fisiologico – salutogenico offre ad ambedue la possibilità di percorrere questa strada e di generare salute. La base comune è la fiducia – nel proprio corpo la donna – nella fisiologia e la consapevolezza delle sue leggi protettive l&#8217;ostetrica.</p>
<p>M. Mead ha indagato la percezione delle ostetriche del rischio in gravidanza e nel parto in base all’ambiente di lavoro. È emerso che il posto di lavoro e la rispettiva cultura del lavoro influiscono in modo direttola percezione del rischio (e quindi la paura) delle ostetriche. Più è alto l&#8217;interventismo e la presenza di situazioni a rischio in un reparto, più alta è la percezione generica dell’ostetrica che il parto sia rischioso, quindi la paura, (che quindi sia necessaria la presenza del medico e la necessità di intervenire) e con più frequenza vengono performati anche da lei degli interventi non necessari.</p>
<p>L&#8217;evoluzione dell&#8217;organizzazione della nascita, da una nascita tecnologica a una nascita sessuale, femminile, sarà legata a questo profondo processo emancipativo, che rinomina e rivalorizza la polaritàfemminile e ne riscopre le energie specifiche. Sarà legata a questa alleanza tra donne e ostetriche in direzione dell&#8217;empowerment. Il lavoro di decondizionamento culturale e l&#8217;organizzazione di corsi in gravidanza, la lettura analitica della storia delle donne e dell&#8217;assistenza alla nascita, il lavoro educativo sono oggi strumenti importanti per la salutogenesi.</p>
<p>L&#8217;alleanza ostetrica – donna deve iniziare prima della nascita per potersi affermare.</p>
<p>L&#8217;ICM (International Confederation of Midwives) ha assunto questo punto di vista nel 1999 con la dichiarazione d’intenti sulpartneriato tra ostetriche e donne sul quale si basa la professione dell&#8217;ostetrica. La dichiarazione è stata rinnovata al congresso ICM 2005, contenente un&#8217;importante revisione sulla definizione dell&#8217;ostetrica che include anche la promozione del parto naturale (Outshoorn 2005)</p>
<h4>Riferimenti bibliografici:</h4>
<p>Dick Read G. (1942/2004): <em>Childbirth without fear</em>, Pinter &amp; Martin Classics, London</p>
<p>Mead M., <em>Level of intrapartum intervention and midwives’ intrapartum risk perception</em>, University of Hertfordshire, Hatfield, UK, ECPM 2006</p>
<p>Schmid V. (2005): Venire al mondo e dare alla luce, Apogeo urrà ed. Milano</p>
<p>Schmid (2007): Salute e Nascita, la Salutogenesi in gravidanza, APOGEO ed. Milano</p>
<p>Schwarz C., Schuecking B., <em>Obstetrical intervention rates and midwifery in Germany,</em> University of Magdeburg and Osnabrueck, G, ECPM 2006</p>
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		<title>È morto Georges Lapassade, il &#8220;professore della transe&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jul 2008 13:20:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni De Martino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia generale]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapie]]></category>
		<category><![CDATA[Scienze Umane e Sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Stati di coscienza]]></category>

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		<description><![CDATA[È morto a Parigi Georges Lapassade. Professore emerito di Etnografia e Scienze dell'Educazione, era considerato il padre dell'analisi istituzionale. Urra ha da poco ripubblicato la sua opera fondamentale, “Dallo sciamano al raver. Saggio sulla transe”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato il 10 maggio 1924 ad Arbus, un piccolo villaggio nei Pirenei, nel sud della Francia, è morto oggi a Parigi Georges Lapassade. Professore emerito di Etnografia e Scienze dell&#8217;Educazione presso l&#8217;Università di Parigi VIII, era considerato il padre dell&#8217;analisi istituzionale. Autore di numerose opere sugli stati modificati di coscienza, nella sua lunga carriera si è occupato delle culture nordafricane e afroamericane, con particolare interesse per i temi della &#8216;transe&#8217;. Il suo lavoro era caratterizzato dall&#8217;implicazione personale nei gruppi, le organizzazioni e le istituzioni che egli &#8220;misurava&#8221; come l’agrimensore di Kafka nel &#8220;Castello&#8221;, per farne emergere la verità e i segreti, e dall&#8217;idea che l&#8217;educazione si radichi nel corpo, nella sensibilità, nell&#8217;immaginario, oltre che nell&#8217;intelletto, per affrontare la comprensione scientifica di una complessità in movimento.</p>
<p>È un procedere che si richiama all’analisi istituzionale (il movimento della psicosociologia francese nato all&#8217;Università di Parigi-Vincennes), allo studio degli etnometodi di Harold Garfinkel e alla lotta politica per una burocrazia aperta e un reale più largo. Questo procedere ha origine nel suo primo libro L&#8217;Entrée dans la vie, saggio sull&#8217;incompiutezza dell’uomo apparso nel 1963, tradotto in Italia nel 1971 da Sergio de La Pierre per Guaraldi con il titolo Il mito dell’adulto. In questo senso va compreso l’interesse di Lapassade per fenomeni di passaggio e apparentemente marginali come la transe, la &#8220;dissociazione adolescente&#8221;, la cosiddetta devianza e le sottoculture giovanili. Il mese scorso le edizioni Urra hanno ripubblicano la sua opera fondamentale, diventato vero un testo cult, &#8220;<a href="http://www.urraonline.com/libri/9788850327959/scheda">Dallo sciamano al raver. Saggio sulla transe</a>&#8220;, uscito in prima edizione presso Feltrinelli nel 1980, e oggi di nuovo riproposto per l’attualità e l’importanza dei suoi contenuti.<br />
Come ricorda un suo studente, il musicista Salvatore Panu: &#8220;Amava, cantava e voleva sentire cantare &#8216;le temps des cerises&#8217;, il canto della Comune di Parigi&#8221;, una delle più belle pagine della canzone francese.</p>
<p>La casa di Georges Lapassade di fronte all’Università di St. Denis diventerà centro di accoglienza per gli studenti e centro di ricerca.</p>
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		<title>I colori per mangiar sano</title>
		<link>http://www.urraonline.com/articoli/2008/06/20/i-colori-per-mangiar-sano</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 15:06:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giacomo Bo e Nadia Damilano Bo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>

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		<description><![CDATA[Elemento spesso trascurato, se non per le sue valenze estetiche, il colore del cibo ci dice molto anche degli effetti salutari che quell'alimento possiede: recenti ricerche infatti hanno provato che i pigmenti responsabili della colorazione dei cibi, in specie quelli ortofrutticoli, sono fitonutrienti in grado di agire su specifici disturbi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella scelta di un cibo i sensi giocano sempre un ruolo fondamentale; basti pensare al gusto, al sapore di un alimento, per renderci conto di quanto diamo importanza alle nostre percezioni.</p>
<p>Da migliaia di anni gli animali imparano a riconoscere un alimento salutare dal suo gusto, dall’odore, dai suoi colori e forme, e così via. E, salvo rare eccezioni, non sbagliano mai.</p>
<p>Purtroppo oggi, con le sofisticazioni industriali, molto spesso le nostre percezioni vengono tratte in inganno, perché un alimento che accende il gusto, che profuma intensamente, che ha colori appariscenti&#8230; non è detto che sia sano. Anzi, sembrerebbe che le cose che piacciono di più siano anche quelle che fanno più male, come per esempio lo zucchero, la cioccolata, le bevande e in generale i cibi molto elaborati.</p>
<p>Vorremmo ora soffermarci su una delle caratteristiche che di solito gioca un ruolo secondario, soprattutto nei confronti dei cibi più naturali: stiamo parlando dell’elemento visivo. Finora, non abbiamo mai prestato molta attenzione al colore degli alimenti, ritenendo questo un elemento superficiale e di poco conto. Per noi, il fatto che le carote fossero arancioni, i pomodori rossi e i piselli verdi non voleva dir nulla.</p>
<p>Invece, studi moderni hanno scoperto che i pigmenti che colorano la frutta e la verdura, non hanno solo una funzione visiva, ma producono effetti benefici su tutto l’organismo. Questi pigmenti &#8211; denominati fitonutrienti – comprendono molte sostanze dai nomi finora sconosciuti, come flavonoidi, fenoli, terpeni, fitati, isotiocianati, indoli e tutti svolgono funzioni importanti per la salute del corpo.</p>
<p>L’elemento forse più curioso è che in base al loro colore svolgono azioni diverse, per cui possiamo studiare questi colori e vederne le principali azioni benefiche.</p>
<p><strong>Rosso</strong>: tutte le verdure e la frutta di colore rosso svolgono azioni protettive nei confronti del cuore, rafforzano la memoria e proteggono le vie urinarie. Stiamo quindi parlando di pomodori, peperoni, ciliegie, fragole, angurie, ribes, lamponi ecc. Per esempio, proprio il pomodoro, quando ben maturo, contiene un fitonutriente, il licopene, un potente antiossidante che mantiene sane le cellule e previene certe forme di tumore, riduce le infiammazioni vascolari e protegge il cuore.</p>
<p><strong>Giallo-Arancio</strong>: tutte le verdure e la frutta di questo colore, come le albicocche, le pesche gialle, le carote, i peperoni, il mais, il melone, l’ananas, le arance le zucche, i manghi, i kiwi gialli, le papaie ecc. rinforzano gli occhi, il cuore e in generale tutto il sistema immunitario, grazie anche ad alte presenze di vitamine C e di un fitonutriente che è un precursore della vitamina A.</p>
<p><strong>Verde</strong>: L’azione protettiva di insalate, zucchine, asparagi, piselli, rucola, basilico, mele verdi, avocado, broccoli, cavoli cappuccio ecc. si concentra sulle ossa, i denti e gli occhi; inoltre proprio questi fitonutrienti che danno il colore verde aiutano a ridurre lo stress e l’affaticamento, oltre che a prevenire numerose forme di tumore.</p>
<p><strong>Bianco</strong>: a questa categoria appartengono le cipolle, l’aglio, lo scalogno, i cavolfiori, i finocchi, le pesche bianche ecc; i loro fitonutrienti favoriscono una corretta assimilazione dei grassi contenuti negli alimenti e quindi aiutano a combattere il colesterolo.</p>
<p><strong>Violetto</strong>: le melanzane, i fichi, l’uva, le prugne, le more, i mirtilli contengono numerosi fitonutrienti, tra cui le anticianine e i fenoli, che proteggono le vie urinarie e hanno azione anti-invecchiamento nei confronti della pelle, della perdita di memoria, oltre che azione preventiva nei confronti di alcuni tumori.</p>
<p>Ancora una volta, la scienza medica conferma quanto la natura ci suggerisce da tempo: è nella verdura e nella frutta che troviamo insospettabili virtù preventive e curative.</p>
<p>Una bella insalata mista, con tante verdure, non è perciò più solo un piacere per gli occhi, con tutti quegli stupendi colori, ma anche un toccasana per la salute del corpo e della mente.</p>
<p>L’indicazione quindi di inserire nei propri pasti abbondanti dosi di frutta e ortaggi – soprattutto se consumati crudi – non può che essere accolta con favore, con l’unica avvertenza che mentre la verdura può essere consumata con qualsiasi altro alimento, la frutta andrebbe mangiata lontano dai pasti – oppure come pasto vero e proprio – perché abbinata ad altri cibi tende a fermentare, rovinando la digestione e perdendo tutte le sue grandi proprietà.</p>
<p>Un’ultima osservazione riguarda il fatto che oggi ci stupiamo molto del fatto che frutta e verdura – ignorate fino a qualche anno fa – contengano così tanti fattori benefici per la salute, e non riusciamo a collegare che la maggior parte delle malattie moderne è apparsa in concomitanza con la scomparsa dalle nostre tavole proprio della frutta e degli ortaggi, sostituiti con cibi più “gustosi” e appariscenti, ma anche privi di principi nutritivi.</p>
<p>Prima che comparissero i supermercati, la gente comprava al mercato paesano, dove – come è possibile osservare ancora oggi – la maggior parte della merce esposta consiste proprio in frutta e verdura. Nei supermercati è facile invece notare che la superficie dedicata a essi è molto ridotta rispetto ad esempio a quella dedicata ai biscotti o alla pasta</p>
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		<item>
		<title>Cioccolato. Cibo degli dei o peccato di gola?</title>
		<link>http://www.urraonline.com/articoli/2008/05/20/cioccolato-cibo-degli-dei-o-peccato-di-gola</link>
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		<pubDate>Tue, 20 May 2008 14:13:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giacomo Bo e Nadia Damilano Bo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Cura di sé]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[Tecniche di benessere]]></category>

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		<description><![CDATA[I primi spagnoli, che sbarcarono nelle foreste vergini del Sudamerica, spinti dalla sete dell’oro e di altri minerali preziosi, scoprirono coltivazioni altrettanto preziose come lo zucchero e il caffè, la patata e appunto il cacao. Oggi, di volta in volta osannato o demonizzato da nutrizionisti e dietologi, ecco una mappa per orientarsi tra le informazioni contradditorie che circolano sul cioccolato e per fare la scelta più sana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Importato in Europa nel 1600 il cacao, sposato con lo zucchero ed altre sostanze, come la vaniglia o la cannella, divenne &#8220;la cioccolata&#8221;, una bevanda molto diffusa dapprima in Spagna poi in Francia con Anna d&#8217;Austria, figlia di Filippo II e moglie di Luigi XIII.</p>
<p>L&#8217;albero del cacao, coltivato oggi in molte regioni (Sudamerica, Africa, Asia del sud-est, Nuova Guinea, Ceylon), raggiunge un’altezza da quattro a otto metri e porta fiori tutto l’anno, situati curiosamente proprio sul tronco. Il frutto ha la forma di un cetriolo e contiene i semi, le fave di cacao.</p>
<p>Una volta raccolte, queste fave subiscono un processo di fermentazione, essiccazione, pulizia e calibratura, prima di essere lavorate in una cioccolatiera. Qui, vengono tostate (assumendo il caratteristico colore marrone) per svilupparne l&#8217;aroma e poi tritate finissime. Al composto ottenuto viene aggiunto lo zucchero e poi il burro di cacao (o la lecitina per i prodotti meno cari) ed, eventualmente, del latte concentrato zuccherato o del latte in polvere. Per finire, dopo essere stata raffinata e temperata, la pasta liquida è pronta per essere messa negli stampi: il cioccolato è nato.</p>
<p>Il nostro atteggiamento nei suoi confronti rimane ambiguo: ne compriamo e ne consumiamo grosse quantità – prova ne è che l’industria del cacao non conosce crisi perché il mercato è sempre in crescita – ma raramente lo mangiamo in pubblico.</p>
<p>Preferiamo invece consumarlo da soli, tenendolo nascosto nelle profondità dei cassetti e delle antine, dietro a tutto il resto.</p>
<p>Perché un comportamento del genere, che appare quasi come un gesto di colpevolezza?</p>
<p>Le ragioni sono soprattutto psicologiche: il cioccolato mantiene ancora oggi un qualcosa di proibito, come da bambini quando ci veniva detto di non mangiarlo; inoltre, il piacere che da mentre lo si gusta è qualcosa di intimo che difficilmente viene condiviso con altri. Infine, da qualche parte dentro di noi, sappiamo che non fa bene alla salute e che dovremmo quindi moderarci.</p>
<p>Soffermiamoci un attimo su quest’ultimo aspetto: siamo proprio sicuri che il cioccolato sia innocuo?</p>
<p>La ricerca scientifica è discorde: alcuni sostengono che abbia grandi benefici per la salute, grazie ai <em>flavonoidi</em> che sono dei potenti antiossidanti con funzione protettiva nei confronti del cancro, dell&#8217;invecchiamento, dell&#8217;Alzheimer, dell&#8217;artrite, dell&#8217;asma e dei processi infiammatori. Inoltre, la <em>caffeina</em> e la <em>teobromina</em> hanno un effetto positivo sulla concentrazione mentale e sulla prontezza psico-fisica agendo a livello cardiocircolatorio e muscolare. Pare poi che agisca nel migliorare la resistenza e la sensibilità all’insulina, nel ridurre il colesterolo, nel diminuire la pressione sistolica media, è ricco di potassio, di ferro, di calcio e di fosforo, ed infine, grazie alla <em>feniletilammina</em>, un oppiaceo naturale che il cervello produce quando ci si innamora, il cioccolato regala sensazioni di felicità e appagamento.</p>
<p>Possiamo quindi denominare, come fece il naturalista svedese Carl von Linné (1707-78), il cacao <em>theobroma</em> , cioè &#8220;cibo degli dei&#8221;?</p>
<p>Innanzitutto, non tutti i tipi di cioccolato sono uguali. In commercio ne esistono molte varietà differenti per gusto e forma.</p>
<p>In linea generale abbiamo:</p>
<ul>
<li><strong>Bianco</strong>, che contiene almeno il 20% di cacao, zucchero e latte in polvere;</li>
<li><strong>Cioccolato base</strong>, che non ha meno del 35% di cacao, di cui il 18% è burro di cacao;</li>
<li><strong>Cioccolato al latte</strong>, una miscela di pasta di cacao, burro di cacao, zucchero e latte concentrato o in polvere;</li>
<li><strong>Cioccolato Fondente</strong>, pasta di cacao, burro di cacao e zucchero, si divide in extra fondente con almeno il 45% di cacao di ottima qualità, di cui il 28% di burro di cacao; e in fondente, con non meno del 43% di cacao di media qualità, di cui almeno il 26% è burro di cacao.</li>
</ul>
<p>Inoltre una recente norma europea permette di chiamare cioccolato anche prodotti non a base di burro di cacao ma con grassi idrogenati di scarsa qualità (e quindi più economici). Comunque, anche il burro di cacao, il grasso contenuto nei semi, ha una percentuale altissima di grassi saturi e quindi diversamente da quanto indicato prima dalle ricerche scientifiche, alza il colesterolo perché questi tipi di grassi sono molto più difficili da smaltire per l’organismo.</p>
<p>In aggiunta, la sua presenza massiccia, unita allo zucchero, rende il cioccolato un prodotto molto calorico. Solo per avere un’idea, un quadratino di cioccolata equivale a 1 mela come calorie!</p>
<p>Diamo una occhiata ai valori che seguono:</p>
<ul>
<li><strong>Fondente al 86%</strong>:567 calorie;</li>
<li><strong>Al latte</strong>: 565 calorie;</li>
<li><strong>Bianco</strong>: 543 calorie;</li>
<li><strong>Fondente al 70%</strong>: 542 calorie;</li>
<li><strong>Crema di nocciole e cacao</strong>: 537 calorie;</li>
<li><strong>Barrette</strong>: 520 calorie;</li>
<li><strong>Gianduia</strong>: 509 calorie;</li>
<li><strong>Cioccolatini</strong>: 487 calorie;</li>
<li><strong>Cacao amaro in polvere</strong>: 355 calorie.</li>
</ul>
<p>Altro ingrediente sotto accusa è lo zucchero, usato in così grandi quantità da risultare spesso il primo ingrediente delle tavolette (soprattutto di quelle al latte). Quindi, di nuovo è dubbio il beneficio visto prima in termini di insulina. Semmai, risulta pericoloso per lo sviluppo del diabete. Attenzione a quelle cioccolate dichiarate “senza zucchero” perchè contengono invece edulcoranti artificiali ben più dannosi.</p>
<p>Dubbi per la salute sorgono anche per la presenza di non ben specificati &#8216;aromi&#8217; (spesso quello di vaniglia), tutte sostanze chimiche ancora non studiate adeguatamente.</p>
<p>Infine, è importante sottolineare che queste 4 sostanze, la <em>caffeina</em>, la <em>teobromina</em>, la <em>serotonina</em> e la <em>feniletilamina</em>, così osannate dalla ricerca medica, sono in realtà degli <em>alcaloidi</em>, ossia droghe vere e proprie, anche se leggere, e questo spiega perché una volta iniziato il consumo di cioccolato, sia così difficile smettere. Il cervello si assuefà ad esse e smette di produrle in proprio, divenendo così dipendente.</p>
<p>Per questa ragione, gli stessi ricercatori consigliano di non dare cioccolato ai bambini prima dei 2-3 anni.</p>
<p>Per ultimo, non dimentichiamo che tutte queste ricerche sono sempre commissionate dalle industrie di cioccolato, molte delle quali sono multinazionali dal fatturato superiore al prodotto interno lordo italiano&#8230;</p>
<p>Quindi, come orientarsi in questa giungla di informazioni contraddittorie? Con la prudenza e la moderazione, consumando basse quantità di cioccolata, di ottima qualità, come quella artigianale, biologica o del commercio equosolidale. La cioccolata fondente è migliore, soprattutto se al 70-80% o più, mentre bisognerebbe evitare tutti quei prodotti come biscotti, merendine, cioccolatini, creme e così via che contengono cioccolato di pessima qualità.</p>
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