Riconoscere ciò che è
la forza rivelatrice delle costellazioni familiari
di Bert Hellinger
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Prefazione
Prefazione
Bert Hellinger mi ha confuso la mente e toccato
l'anima. Mi ha resa insicura, indignata e curiosa.
Fin dal primo impatto molti dei suoi pensieri mi
sembravano anche troppo familiari:
“La maternità è qualcosa di grande”
– oh Dio!
“Onora il padre e la madre” – che
cattolico!
“Non combattere i genitori, ma prendili così
come sono” – dopo tutto quello che mi hanno
fatto passare!
“La donna deve seguire l'uomo!” Ed uno così tu
lo consideri bravo?
Sì. Il suo lavoro terapeutico mi ha veramente
affascinata. Per tre giorni l'ho osservato lavorare
con i malati davanti ad un pubblico di 400 persone.
All'inizio è come uno spettacolo teatrale:
avvincente, toccante, proprio tratto dalla vita
vera. Gli spettatori che in un primo tempo non sono
coinvolti diventano, senza accorgersene, i
partecipanti di un dramma chiamato “la propria
famiglia”. A un tratto si sente la propria storia
farsi avanti e avvenimenti che prima sembravano
secondari diventano improvvisamente importanti:
“Ah sì, esiste anche questa
sorellastra!” Ed ecco che scorrono le lacrime
perché una donna s'inchina davanti a sua
madre. Oh cielo! Ma cos'è questo? la sera ci
si accorge di essere esausti – Dio solo sa
perché, eppure, non ero che uno
spettatore!
Cos'è che fa in modo che certe parole pie nel
lavoro terapeutico diventino improvvisamente
così significative? Umiltà nei confronti
dei genitori, chiedere la “benedizione” del padre?
Cosa c'è di vero nell'affermare che scusarsi
è “impudente” e perdonare “arrogante”?
Cos'è che guida il pensiero di quest'uomo
dietro al suo operare terapeutico? E com'è che
riesce ad individuare con tanta sicurezza i punti
ciechi del pensiero razionalistico, tipico dei
nostri tempi? Come fa a prendere in considerazione:
l'amore nell'incesto (questo mi fa proprio
indignare!), l'inevitabilità della colpa nel
contesto nazista (la gente avrebbe pur dovuto
sapere cosa stava succedendo e combattere!),
l'indignazione come energia violenta, il rispetto
del maschile nonostante tutta l'emancipazione (ma
da dove può provenire, visto il disprezzo
maschile nei confronti del femminile!), la colpa
dei genitori adottivi nei confronti del loro figlio
adottivo (ma l'adozione è una grande opera
sociale!), il legame alla famiglia come fonte di
libertà (ma ci si deve pur emancipare dai
genitori!), la riconciliazione con il destino
(prendo io in mano il mio destino!)?
Quante domande sono sorte in me tutte in una volta!
Quello che mi ha affascinato di più del lavoro
di Bert Hellinger, è che il suo modo di
operare è così toccante. Vederlo dal
vivo, sprofondare nella lettura dei suoi libri o
parlare con lui per ore, mi faceva sentire poi
stranamente in pace, rilassata, e pacatamente
ottimista nei miei confronti e nei confronti del
mondo in generale. Da cosa dipende questo? Forse
dal fatto che qui c'è qualcuno
instancabilmente alla ricerca dell'amore quale
fonte d'irretimento, sofferenza e malattia. Per
questo il linguaggio di Hellinger sembra avere
qualcosa d'antico.
Quando parla di umiltà, bontà o grazia,
della benedizione del padre, della vita quale
regalo o della riconciliazione, raggiunge una sfera
d'esperienza propria dell'anima per la quale la
psicologia moderna d'indirizzo analitico non ha
parole. È come se lui costruisse un ponte
verso una realtà di vita che non ha un
linguaggio per i più profondi moti dell'anima.
Tutto ciò è un po' inquietante per me, e
mi chiedo chi sia quest'uomo che riesce a prendermi
per un verso che sta completamente al di là
della ragione.
Bert Hellinger sa essere brusco con i suoi
pazienti, fermo e – per usare un'espressione
blanda – determinato (alcuni dicono
autoritario), se gli pare necessario. Non ha timore
di comunicare apertamente idee durissime, che altri
osano al massimo pensare! È un uomo che pur
essendo molto cauto ed attento nelle sue
affermazioni, non ha riguardo ad esprimere
apertamente ciò che vede.
Questo psicoterapeuta, che preferisce chiamarsi
guaritore di anime, si prende gioco di coloro che
si autoeleggono avvocati di tutti i poveri e
diseredati, vedove ed orfani, siano essi terapeuti,
preti o altro, che amano muoversi per cause
caritatevoli. Il vocabolario dell'uomo per bene,
dell'educatore e del terapeuta di stampo
razionalistico, in un certo senso è scialbo,
pretenzioso e sterile se confrontato con il
linguaggio semplice ed incisivo di Hellinger. Egli
poi, stranamente, non vuole neanche indagare
molto!
Per i terapeuti di solito è molto importante
sviscerare gli aspetti più nascosti della
sofferenza personale. Hellinger vuole conoscere
“solo fatti”, non ciò che uno pensa al
riguardo o cosa sente “proprio ora”.
“Dai, metti
innanzi tutto in scena la tua famiglia”, dice,
interrompendo l'inizio di storie lamentose
riguardanti padri cattivi o madri divoratrici. Una
volta ha lavorato con un uomo che aveva perso
moglie e figlio in un incidente. La descrizione
dell'avvenimento aveva raggelato il pubblico, tanto
era tremenda. Hellinger gli sta di fronte, lo
ascolta e la sua voce diventa morbida: “Ora metti
in scena”, dice, e in modo ineguagliabile sa come
guardare insieme con quest'uomo la morte dei suoi
cari, per riaccompagnarlo alla vita – con
molta calma, poche parole ed una sicurezza benevola
che sostiene tutti i presenti.
Lui è anche questo. Un uomo mite, cordiale,
tutto raccolto nella sua compassione. Ed un giorno
ci siamo seduti insieme, prima nello studio della
radio, poi nella sua stanza di lavoro, ed abbiamo
elaborato un questionario a gran velocità.
Come è stato gentile a collaborare! Non tutto
è stato chiarito fino in fondo. Ma per ora
è sufficiente.
I dialoghi con Bert Hellinger invitano ad
immergersi ora nei pensieri ora nei sentimenti. Lui
provoca, affascina, è toccante e fa
arrabbiare. Tutto questo “rimescolamento” nutre lo
spirito e sollecita il pensare, dove invece
normalmente esso si ritira, adagiandosi
soddisfatto. E, pur non sapendo come, in seguito ci
si sente più indulgenti nei confronti del
mondo.
Gabriella ten Hövel
