Salute!
ovvero come un medico clown cura gratuitamente i pazienti con l'allegria e con l'amore
di Patch Adams
Prezzo: 14,00 EUR
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Introduzione
Introduzione
La salute si basa sulla felicità - dall’abbracciarsi e fare il pagliaccio al trovare la gioia nella famiglia e negli amici, la soddisfazione nel lavoro e l’estasi nella natura e nelle arti.
Quando un sogno si impossessa di te, che cosa puoi fare? Puoi viverlo, lasciare che questo gestisca la tua vita, o fartelo scappare e poi passare il resto del tempo che ti rimane a pensare che cosa avrebbe potuto essere. Il Gesundheit Institute è il sogno di un numero di persone sempre crescente, un esperimento nella medicina olistica, basato sulla convinzione che non si possa separare la salute dell’individuo dalla salute della famiglia, della comunità e del mondo. Abbiamo preso il servizio più costoso in America, il servizio sanitario, e l’abbiamo dato gratuitamente. Adesso stiamo costruendo una struttura nel West Virginia, che incarni questa filosofia: un ospedale e centro di salute gratuito, concepito come una casa, aperto a tutti, non importa da dove provengano. Desideriamo che questo centro diventi un modello, che non debba necessariamente essere copiato dagli altri, ma che stimoli gli operatori sanitari a sviluppare un approccio medico ideale per le loro comunità. Uno dei fondamenti più importanti della nostra filosofia è che la salute si basa sulla felicità - dall’abbracciarsi e fare il pagliaccio al trovare la gioia nella famiglia e negli amici, soddisfazione nel lavoro e nell’estasi per la natura e per le arti. Per noi guarire è non solo prescrivere medicine e terapie, ma lavorare insieme condividendo tutto in uno spirito di gioia e cooperazione. Molto più di un centro medico, il Gesundheit Institute sarà un microcosmo, che integrerà cure mediche e vita di campagna, arte, artigianato, spettacolo, educazione, natura, ricreazione, amicizia e divertimento. Sì, vogliamo che il mondo cambi. Gesundheit è un atto sociopolitico, che è emerso da una forte preoccupazione per la qualità della vita della gente, in un mondo dominato dai valori che derivano dall’avidità e dal potere. Il sistema sanitario è in crisi, proprio come lo sono la vita familiare e le comunità. Non vogliamo essere un cerotto, un palliativo per risollevare la salute pubblica; vogliamo cambiare il sistema, per portarvi una rivoluzione pacifica. Speriamo che questo libro venga visto non come una risposta risolutiva e definitiva, ma piuttosto come uno stimolo per grandi sogni e grandi gesti. Più diffondiamo nel mondo il nostro lavoro, più aiutiamo gli altri a riconsiderare il sistema, e più questa rivoluzione sarà potente.
La crescita di
Gesundheit
L’uomo ha bisogno di un po’ di
pazzia, altrimenti non oserebbe tagliare il cordone
ombelicale ed essere libero.
Nikos Kazantzakis, dal film Zerba il Greco.
Considerando la direzione che ha preso la mia vita, i miei inizi possono sembrare alquanto inverosimili: quando nacqui ero un marmocchio dell’Esercito, in un’istituzione che si prende cura e controlla le persone e contemporaneamente le addestra a condurre una guerra. L’Esercito mi diede anche la consapevolezza di come è il resto del mondo e mi permise di sviluppare la mia capacità di socializzare, facendomi trasferire da un posto all’altro: rimasi in Germania per sette anni, in Giappone per tre, e poi in Texas, in Oklahoma e in molti altri luoghi per periodi più brevi. Ho imparato a crearmi nuovi amici in fretta, dato che nel giro di qualche settimana o di qualche mese poteva succedere che loro, oppure io, fossimo costretti a trasferirci, ovunque ai nostri genitori venisse ordinato dl assumere un incarico. Sono sempre riuscito bene negli studi, specialmente in matematica e scienze. I bambini intelligenti spesso non sono stimolati abbastanza a scuola e la loro reazione è un comportamento irrequieto. Feci così anch’io, ma non con un atteggiamento violento o distruttivo, bensì facendo il piantagrane, contestando le regole, diventando il pagliaccio della classe. Dopo la scuola, io e i miei amici giocavamo molto a biliardo. Era una parte importantissima della mia vita fino a quando non andai al college. Ero un buon giocatore di biliardo per via delle mie inclinazioni matematiche, e mi divertivo a visualizzare gli angoli di incidenza e i rimbalzi. Ci ricavai anche dei soldi. Mi sfidavo giocando a solitari difficili, fino a quando non riuscivo a risolverli. Avere ottimi voti in matematica e scienze mi fece sembrare la vita facile e mi diede un’altra attività solitaria. Mi ricordo di aver ricevuto un microscopio per Natale, quando avevo circa dodici anni, e trascorrevo mesi interi restando a fissare un nuovo universo di forme di vita, ognuna incredibilmente unica. Poi mi buttai nell’esplorazione della chimica. Vivevo in Germania a quell’epoca e potevo andare nelle farmacie della zona e comprare qualsiasi ingrediente chimico e qualsiasi strumento da laboratorio volessi. Nel mio laboratorio al piano superiore della casa, sezionavo animali e conducevo tutti i tipi di esperimenti. Mi ricordo che tenevo del sangue di pesce marcio - posso ancora sentirne l’odore - in una provetta. La aprivo per 'profumare' la stanza, ogni volta che volevo dedicarmi indisturbato alle mie esplorazioni scientifiche. La matematica, madre di tutte le scienze, mi incantava. Era così perfetta e così gloriosamente ordinata, che passavo le mie giornate addentrandomi nei suoi dettagli più minuti. Non ricordo quando o perché scienza e matematica cominciarono a dominare i miei interessi. Amavo i problemi precisi, razionali, per quanto complessi, che avevano soluzioni ben definite. I rompicapo di parole e quelli meccanici mi occupavano per ore, persino giorni. Questo amore per l’ordine finì per passare nella mia vita personale, come un’inclinazione alla pulizia e all’organizzazione. In seconda media, quando vivevamo a Kaiserslautern, cominciai a partecipare a competizioni scientifiche. Una di queste occasioni prevedeva la dissezione di una rana di fronte ai giudici (vinsi il primo premio alla Fiera Europea delle Scienze); un’altra prova richiedeva di mantenere in vita un cuore di cavia in una soluzione Ringer, una sostanza fisiologicamente abbastanza simile al sangue da trattenere 'la vita', nello specifico, di un cuore pulsante. Il terzo anno, determinato a riuscire a vincere la gara della Fiera Europea delle Scienze, creai un progetto che ero sicuro avrebbe avuto successo. Decisi di studiare la gibberellina, un ormone vegetale che avrebbe potuto far crescere cavoli alti quattro metri e far arrivare a maturazione le piante in tempi notevolmente più rapidi. Avevo letto del progetto in una rivista scientifica e sapevo che in Germania si era lavorato pochissimo con questo ormone. Così scelsi questo argomento, non per via del mio interesse per la gibberellina, quanto per impressionare i giudici. La strategia ebbe successo. Vinsi il primo premio per le scienze biologiche con il progetto chiamato 'L’effetto della gibberellina sulle coltivazioni intensive'. Non ricordo la reazione di mio padre, ma mia madre era emozionatissima. Mia madre fu il punto di riferimento della mia infanzia. Mio padre, ufficiale di fanteria e artiglieria, non stava molto a casa, ma mia madre prodigò su di noi amore e attenzione. Aveva un grande senso dell’umorismo ed era sempre interessata a imparare cose nuove. La maggior parte di quello che c’è di buono in me proviene da mia madre. Il mio fratello maggiore, Robert Loughridge Adams, soprannominato Wildman, è stato il mio sprone per buona parte della mia gioventù. Decidemmo di restare vicini perché, qualsiasi cambiamento accadesse, ciascuno di noi potesse sempre contare sull’altro. Poco dopo l’ultima competizione scientifica, mio padre morì improvvisamente. Avevo sedici anni e accadde proprio subito dopo che avevo trascorso una settimana da solo con lui. Mia madre e mio fratello erano via, io avevo appena cominciato il mio primo lavoro, e inaspettatamente egli mi chiese di prendere qualche giorno di ferie. Sono sicuro che i parapsicologi avrebbero detto che poteva aver avuto una premonizione del fatto che stava per morire e che la sua consapevolezza gli permise di aprirsi a me, mettendo a nudo la sua anima, come mai aveva fatto prima. Mentre crescevo, era assente da casa per la maggior parte del tempo e di solito, quando c’era, stava seduto su una sedia, a bere. Ogni volta che gli chiedevamo delle guerre in cui aveva combattuto, cominciava a piangere. Ma durante quella settimana che passammo insieme, mi disse di come la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra di Corea avevano distrutto il suo spirito. Oggi è chiamata sindrome da stress posttraumatic o, ma era una condizione non riconosciuta e assolutamente non considerata in queste guerre del passato. La Guerra di Corea fu per lui ancora più devastante della Seconda Guerra Mondiale, poiché qui le questioni di ragione e di torto non erano così chiare. Ancora peggio fu il fatto che il suo migliore amico si nascose una granata nello stomaco, per salvare la vita di mio padre. Si sentì colpevole per questo e per non essere mai stato ferito. Ma il senso di colpa più grande riguardava la famiglia: si scusò con me per non essere stato un buon padre. Non appena, finalmente, io e mio padre eravamo diventati amici, lo persi. Era tornato a casa dalla Seconda Guerra Mondiale con una malattia di cuore non diagnosticata e con la pressione del sangue alta. Alla fine di quella settimana nel 1961, quando finalmente eravamo legati come padre e figlio, egli ebbe un attacco di cuore. Poco dopo che l’ambulanza lo portò via, chiamammo l’ospedale per avere sue notizie. Morì in mezz’ora, senza la sua famiglia intorno e nessuna possibilità di dirci addio. Ancora oggi mi sento arrabbiato e tradito per il fatto che non ero con lui. 1 tre anni che seguirono furono i più tumultuosi della mia vita. Mia madre, mio fratello e io fummo sradicati dalla Germania, nostra casa per sette anni, e catapultati nella vita civile suburbana della Virginia del nord, luogo d’origine di mia madre. Vivemmo con mia zia e mio zio per diversi mesi prima di stabilirci in un posto nostro. Mio zio era un uomo meraviglioso, un avvocato e un pensatore indipendente in una società di conformisti. Era generoso e divertente e mi voleva bene. Giocavamo a scacchi insieme. Amava i marchingegni e mi mostrava come funzionavano. Divenne velocemente il mio surrogato di padre. Persino dopo esserci trasferiti nella nostra nuova casa, trascorrevo molte ore a parlare con lui. Era un buon ascoltatore, ma sapeva anche raccontare in modo superbo. Pochi mesi dopo la morte di mio padre, stavo ancora soffrendo, ma non riuscivo a esprimere i miei sentimenti, né a mia madre, né tanto meno a me stesso. Lei era stata cresciuta nell’atteggiamento mentale “se è spiacevole, non ne parlare”. Piuttosto che lamentarmi, combattevo il sistema. Al liceo che frequentai a Arlington, in Virginia, mi ergevo contro la segregazione e il pregiudizio e sviluppai una reputazione di “amico dei negri”. Andai ai sitin e alle marce. La religione non mi dava alcun conforto e la sentivo ipocrita, quindi mi ci rivolsi contro; cercavo persone che si definissero cristiane credenti e tentavo di distruggere le loro convinzioni, perché non ne avevano alcuna prova. A scuola divenni sempre più ribelle; nonostante fossi nel gruppo degli studenti migliori in matematica, i miei insegnanti non mi avrebbero raccomandato per l’associazione nazionale, dato il mio atteggiamento insolente. Non mi interessava. Mia madre trovò lavoro come insegnante e ci diede tutto il suo amore e il suo appoggio, proprio come aveva sempre fatto. Ma, persino con il suo grande amore, non ero più una persona felice. La scienza e la ragione erano state il mio conforto nel passato, ma non riuscivo più a trovare piacere nei misteri inesauribili della natura. Mi misi a scrivere articoli contro la segregazione, l’ipocrisia religiosa e la guerra. (Gli articoli antimilitaristi mi tornarono utili in seguito, per dimostrare all’esercito il mio stato di obiettore di coscienza). Scrissi anche poesie sul dolore che stavo provando. Una cominciava con “Stremato io sono e pieno di disperazione, che mi muove attraverso questa emozione di ghiaccio...”. Quando non combattevo il sistema, cercavo di fuggirne. Desideravo uscire con le ragazze, ma queste non si interessavano a me. Quando rifiutavano i miei inviti, pensavo a quanto dovevano essere superficiali e stupide le liceali, per poter uscire con quelli che sembravano solo atleti tonti. Dato che non riuscivo a ottenere degli appuntamenti, mi unii al jazz club, che consisteva di altri tre ragazzi tutti secchioni. Sorseggiando birra nei club di Washington, ascoltammo alcuni dei migliori musicisti jazz degli anni Cinquanta e Sessanta. Andai nei caffè ad ascoltare la poesia “beat”. E giocai tantissimo a biliardo. Alla fine di novembre del mio ultimo anno alle superiori, cominciai ad avere dei dolori allo stomaco. I raggi X rivelarono delle ulcere e il medico mi prescrisse delle cure tradizionali: una dieta leggera, medicine e latte. La mia borsa dei libri era per metà riempita di Gelusil e le mie tasche di Livrium e Rubinol, che mi rendevano intontito e assonnato tutto il tempo. Le ulcere mi tornarono la primavera seguente, e fui ricoverato in ospedale per la seconda volta. Stavo letteralmente mangiandomi le viscere. Mia madre non mi parlava mai di nulla di spiacevole e non c’era nessun altro che potesse notare che avevo dei problemi molto profondi: nessun confidente, nessun dispensatore di grande saggezza, nessun padre. Non sapevo dove mi conducesse la mia vita se sarei andato alle marce per la libertà o al college, o persino se sarei sopravvissuto. All’inizio del primo anno di college, Donna, che era la mia ragazza dall’ultimo anno delle superiori, mi lasciò. Lo zio che avevo adottato come surrogato di padre si suicidò. Tornai in aereo a casa per il suo funerale e poche settimane dopo lasciai la scuola. Un canto interiore insistente mi diceva di morire perché non c’era speranza. Una volta presi venti aspirine, pensando che mi avrebbero ucciso. Ogni giorno era pieno di ossessione per il suicidio, ma c’era bisogno di organizzare tutto, lavorarci sopra con impegno, così andai su una collina vicino al college chiamata il Salto degli Amanti e mi sedetti sul bordo del precipizio, scrivendo delle poesie epiche, dedicate a Donna. Composi dei sonetti, cercando le parole giuste che potessero veramente arrivare al suo cuore. Se avessi finito il mio sfogo, sarei saltato giù; fortunatamente avevo troppe cose da dire. In seguito a una visita disastrosa a Donna, durante la quale tentai di farle venire un gran senso di colpa, presi un autobus Greyhound per tornare a casa e arrancai per sei miglia nella neve fino alla porta di casa di mia madre. Quando mia madre aprì la porta, le dissi “Ho provato a uccidermi. è meglio che tu mi ricoveri in un ospedale psichiatrico”. Lei chiamò il medico di famiglia, il quale chiamò uno psichiatra, che mi accettò in un reparto psichiatrico di isolamento all’Ospedale Fairfax. Vi trascorsi Halloween. Il mio soggiorno di due settimane fu il giro di boa della mia vita. Le persone che furono più determinanti per la mia guarigione non furono i dottori, ma la famiglia e gli amici, specialmente il mio compagno di stanza, Rudy. Rudy aveva avuto tre mogli e quindici lavori e viveva in un imperscrutabile abisso di fallimento e disperazione. Quando i miei amici venivano a trovarmi, mi rendevo conto di quanto questo mi faceva sentire bene. Ma nessuno venne mai a trovare Rudy. Mi raccontò di una solitudine che io non avrei mai sognato potesse esistere, e che al confronto faceva sembrare futile il mio dolore. Per la prima volta nella mia vita adulta provavo dell’empatia per un’altra persona. Parlando con Rudy, mi resi conto dell’importanza dell’amore e delle persone che mi amavano. Ero stato circondato dall’amore, ma non avevo lasciato che questo influisse su di me. Percepii una verità profonda e personale: avevo bisogno di aprirmi e di ricevere amore. Senza questo non ero una persona forte. E mi resi conto che se avessi continuato a vivere nello stesso modo senza teneri affetti umani sarei finito come Rudy. Egli rappresentava il Fantasma del Natale Futuro (nota 1), come sarei diventato, se avessi rifiutato di arrendermi ai miei bisogni. Quel momento fu un risveglio spirituale al potere dell’amore. L’uso distruttivo che avevo fatto delle scienze, della matematica e della ragione, con le quali confutavo qualsiasi cosa non fosse fattuale, mi aveva realmente reso molto solo. Parlavo con gli altri pazienti del reparto e trovavo sentieri simili di solitudine e di sogni perduti. Divenne ovvio, attraverso le lacrime, che queste persone non erano pazze o malate. Non c’era un interruttore nelle loro menti su “sano” o “anormale”. Io ero la stessa persona che ero sempre stata; e così era per loro. Forse era questo a essere così doloroso. Queste persone supposte “pazze” avevano semplicemente risposto alle complessità della vita con paura, rabbia, tristezza e disperazione fino a toccare il limite nel quale essi, cioè noi, avevamo bisogno di protezione da noi stessi. In quel periodo vidi un film molto significativo: Zerba il Greco. Il mio dilemma era lo stesso del topo di biblioteca inglese della ria. “Pensi troppo, ecco il tuo problema”, gli diceva Zorba. persone intelligenti e i droghieri pesano tutto". Smisi di pensare che “pensare” importasse più di qualsiasi altra cosa, e cominciai a mettere i sentimenti per primi. Dopo dieci o dodici giorni in ospedale, dissi a mia madre che ormai stavo bene e lei mi credette. Non aveva mai ammesso che potessi aver bisogno di un ospedale psichiatrico. “Non sei pazzo”, mi diceva. E aveva ragione, nel senso che ero un’anima in pena, non malato. Lo psichiatra pensava che sarei dovuto rimanere più a lungo, ma io volevo andarmene e firmai contro il parere del medico. Le cose più importanti che mi avevano influenzato fino ad allora erano state la morte di mio padre, avere una mamma grandiosa e attraversare una malattia a un’età così giovane. Il ricovero mi obbligò a formulare una filosofia sulla felicità. Cominciò una nuova esperienza, la quale ebbe influenza su come sono ora: divenni non esiste parola migliore studioso della vita, per una vita felice. Le mie escursioni iniziali nella condizione umana, cominciate durante il mio ricovero, si ampliavano. Volevo sapere quanto più possibile sulle persone, sulla felicità e sull’amicizia, così mi rivolsi ai secoli di saggezza catturata tra le copertine di grandi libri. Lessi tutti i lavori di Nikos Kazantzakis, autore di Zovba. Lessi libri scritti da premi Nobel per la letteratura, JeanPau1 Sartre, Thomas Mann, William Faulkner, Bertrand Russell. Lessi anche Platone, Nietzsche, Dostoievskij, Balzac, Franz Kafka, Charles Dickens, Walt Whitman, Virginia Woolf, Ayn Rand, Emily Dickinson e molti altri classici della narrativa del diciannovesimo e del ventesimo secolo. Se sentivo citare il nome di un libro per tre volte, lo compravo e lo leggevo. Come molti altri che hanno sofferto, divenni tremendamente interessato a quello che mi era capitato. Il mondo dell’arte mi aiutò a capire il mio essere affascinato dal genere umano. La mia “bibliografia” migliore crebbe dalle mie interazioni personali con le persone. Volevo conoscere cosa le aveva fatte sentire bene e andavo in cerca di famiglie felici, per capire che cosa le tenesse unite. Sperimentavo la mia cordialità chiamando centinaia di numeri a caso al telefono, proprio per far pratica nel parlare con le persone; desideravo vedere quanto a lungo riuscivo a tenerli in linea e quanto riuscivamo ad avvicinarci. Fingevo di essere uno studente di sociologia, o un artista, o qualsiasi cosa che mi aiutasse ad avvicinare le persone e far sì che mi parlassero. Uscivo e coinvolgevo dei perfetti sconosciuti in conversazioni. Salivo sugli ascensori per vedere quanti piani ci sarebbero voluti perché tutti si presentassero a vicenda, e anche per cantare insieme delle canzoni. Durante l’estate tra il secondo e terzo anno di college, andavo nei bar del vicinato diverse sere a settimana e non me ne andavo finché non avevo conosciuto o tentato di conoscere la storia di tutti. Era incredibile: le persone erano tutte eccezionali, uniche, eppure i fili delle loro storie erano così simili! Mi sentivo obbligato a parlare a tutte le persone possibili della vita, delle sue gioie e dei suoi dolori. Divenni un esploratore dei continenti dell’esperienza e del divertimento, un giornalista che non prendeva appunti. Stavo diventando una persona “intenzionale”, sperimentavo nuovi comportamenti in modo metodico. Alla fine le scienze erano tornate nella mia vita, questa volta fortificate dalla fede nell’amicizia, con esseri umani come soggetti del mio esperimento. Sono tuttora quel tipo di scienziato, faccio sempre ricerche nel laboratorio dell’umanità. Dopo aver lasciato l’ospedale, sapevo che il mio desiderio era di “servire” in qualche modo e decisi di entrare a medicina. Feci domanda per accedere al programma di studi di premedicina alla George Washington University, a Washington D.C. La mia ammissione fu rimandata perché la commissione voleva che mi prendessi otto o nove mesi per essere visitato da psichiatri e per rimettermi in sesto. Mentre aspettavo di essere ammesso, lavorai a Anacostia, nelle vicinanze di Washington, come archivista. L’archivio della Unione Federale di Credito della Marina a Anacostia può sembrare un luogo inusuale per riuscire nel mio intento. Le persone che lavoravano lì passavano metà delle ore di veglia facendo una cosa che odiavano. Archiviare era considerato un lavoro particolarmente orribile: senza gioia, noioso e stupido. Decisi di cambiare tutto questo. Il mio collega archivista era Louis Fulwiler, che rimane uno dei miei più vecchi amici. Louis, come me, aveva lasciato il college temporaneamente. Fin dal primissimo giorno decidemmo di rendere ogni pratica un “evento” era, mi ricordo, la metà degli anni sessanta e ci istigavamo l’un l’altro. Guidavamo da casa e verso casa indossando un casco da aviatore per bambini, con degli oggetti per fare un rumore tipo “vahroooooooooorrrr”. Ci rivolgevamo alle altre persone dell’ufficio cantando le informazioni sulle pratiche. Un giorno, a chi ci chiedeva una pratica, rispondevamo con un canto Gregoriano, “Che pratica vuooiii?”. Un altro giorno arrivavamo in ufficio vestiti da gorilla. Louis era il mio compagno di divertimenti e ci davamo a vicenda il coraggio di fare gli scemi in pubblico. Quando tornammo a visitare quegli uffici, dieci o quindici anni dopo, tutti si ricordavano ancora di noi. Avevamo aperto una prospettiva nuova nel mondo dell’archiviazione. Queste prime scorrerie nel mondo dello humour e del divertimento, mi incoraggiarono a migliorare e a espanderle. Riuscivo sempre a trovare un pubblico, persino al 7Eleven (nota 2). Scoprii che il divertimento è importante come lo sono l’amore e la vita. La morale, come notai durante le mie conversazioni telefoniche con gli sconosciuti, era che quando chiedevo che cosa piacesse loro della vita, le persone descrivevano il divertimento che avevano avuto, fosse correre in macchina, giocare a golf o leggere dei libri. Nutrito di leggerezza e amore, fiorii. Sconfissi tutti i miei demoni e divenni la persona che sono oggi. La fiducia in me stesso, l’amore per la saggezza e il desiderio di cambiare il mondo avevano messo le radici in quel breve periodo, dalla fine del 1963 all’autunno del 1964, quando mi trovai a emergere dalla disperazione, per rinascere. In autunno, entrai nella scuola di premedicina. Da studente universitario, vivevo con mia madre e frequentavo le lezioni alla George Washington University, tornando a casa ogni giorno per studiare. Feci un grande numero di letture .oltre ai compiti del college, in particolare grandi opere letterarie che mi avrebbero aiutato a comprendere meglio la condizione umana. Per divertimento, continuai a imparare a essere una persona buffa. Era il periodo in cui chiamavo i numeri telefonici a caso per fare pratica nel conoscere le persone. Il mio lato scientifico diceva: “Come potrai conoscere la gente, se non parli con tantissimi di loro?”. Per capire meglio le varie sfaccettature della società, andai agli incontri del Ku Klux Klan e dei Musulmani Neri. Divenni più coinvolto nei diritti civili e cominciai a pensare a problematiche sociali sempre più grandi. Il nostro coinvolgimento nel Vietnam, allora ormai chiaramente definito, incombeva come una nuvola scura sugli studenti socialmente consapevoli, come me. Quando entrai alla scuola di medicina nel 1967, non sapevo molto di medicina; mi aspettavo solo di diventare un medico, senza rendermi conto di che cosa volesse dire. Ma lo scoprii molto presto. Il Medica1 College of Virginia a Richmond è una scuola statale molto conservatrice. Non erano ammessi neri alle lezioni, e l’istituzione scolastica era favorevole alla guerra del Vietnam. Entrambe le scelte politiche erano ripugnanti per me. Fortunatamente avevo sviluppato un forte senso di me, e sapevo che volevo ottenere la mia laurea in medicina e servire la società. I miei modelli di servizio devoto e amorevole erano Albert Schweitzer e Tom Dooley. Quasi dal principio, trovai che molti dei miei professori erano distaccati, arroganti e mancavano di una qualsiasi visione di un sistema sanitario umano. Era enfatizzato il ruolo del paziente come recipiente passivo in cui viene trasfusa saggezza, che i semidei calavano da un alto tempio di tecnologia. La difesa del paziente e la sua soddisfazione erano inaudite. La tragedia era che gli studenti erano subdolamente spremuti in stampini che a me sembravano inumani. Il personale dell’ospedale non era preparato al lavoro di squadra per alleviare la sofferenza. 1 dottori si supponeva sapessero tutte le risposte e davano ordini agli altri, spesso in modo maleducato. Quest’idea, che il dottore sia un eroe che salva il paziente, è distruttiva, perché instilla negli studenti e in qualsiasi altra persona la convinzione che il medico abbia una risposta per tutto. Non c’è spazio per l’umiltà o per gli errori. Che pressione imponeva agli studenti di medicina! Imparammo in fretta che i processi per negligenza erano la probabile ricompensa per aver cercato di aiutare gli altri. Imparammo la politica dello “scaricabarile” e l’esercizio della copertura, quando venivano commessi gli inevitabili errori. Venimmo a sapere di dottori che investivano molto denaro nelle compagnie d’assicurazione che coprivano i loro pazienti. Stavamo nell’ombra che l’avidità forse la malattia sociale più grave getta sul campo della medicina. Il “riduzionismo” era il concetto che dominava le lezioni e il reparto. Le persone erano chiamate con il nome della loro malattia, come se il male fosse più importante dell’essere umano che ne soffriva. Ci insegnarono a porre al paziente domande veloci, invasive per stabilire rapidamente quali esami richiedere e quali farmaci prescrivere. Imparammo a raccogliere queste informazioni di vitale importanza in cinque o dieci minuti al massimo. Tutte le altre sfaccettature della vita del paziente, la famiglia, gli amici, la fede, il divertimento, il lavoro, la sua integrità, l’alimentazione, l’attività fisica e molto ancora, erano considerate praticamente irrilevanti per la pratica medica. La cosa più scoraggiante era che il paziente sembrava disposto a sottomettersi inesorabilmente a questo approccio. In realtà, ogni volta che qualcuno osava mettere in dubbio la decisione o l’azione di un medico, veniva invariabilmente etichettato come “paziente difficile”. Durante il primo anno universitario, la scuola offriva un corso facoltativo di tre ore intitolato “L’uomo e il suo ambiente”. Il docente fece un grande sforzo per presentarci le molte complessità della vita e le situazioni sanitarie al di fuori dell’ospedale. Solo dal 20 al 40 per cento dei miei compagni si iscrisse, e l’anno seguente il corso fu eliminato. L’idea complessiva della vita di una persona (le sue qualità, diversità, la complessità) erano relegate alla psichiatria. Ma i testi psichiatrici non parlavano di vita sana e felice, né tanto meno suggerivano come ottenerla. Erano invece pieni di descrizioni di patologie e di casi clinici con storie di disordini mentali molto bizzarri. Nel giro di routine psichiatrico, le conversazioni tra dottori in apprendistato e pazienti quando avvenivano trasmettevano tutta la tensione nervosa dell’era Vittoriana. Non c’era cortesia né ilarità, e guai a parlare in modo esplicito di sesso. Anche oggi, ogni volta che dico a qualcuno che sono interessato alla vita, alle gioie, ai doveri e alla famiglia, esclama: “Ah! Ma sei uno psichiatra!” L’infelicità prevaleva, non solo nei reparti dell’ospedale, ma anche nelle aule. Molti professori comunicavano una totale mancanza di entusiasmo per la medicina. Tutto sommato, non sembravano gradire l’insegnamento e non erano neppure molto bravi nel condurlo. Dovevano insegnare per poter mantenere le loro posizioni all’interno dell’università, ma il loro vero interesse stava nella ricerca. Come reazione all’atmosfera predominante, scrissi un manifesto e lo appesi a un muro della scuola di medicina. Eccone una versione emendata:
Sono arrivato alla scuola di medicina camminando su due gambe, ma l’ho lasciata strisciando a quattro zampe, avvolto nella bambagia... La scuola mette l’accento su come appariamo, non su come agiamo... Ci hanno dato un’immagine. Ce la siamo stirata addosso, stiamo in riga. Ce la portiamo in giro per f’are impressione sugli amici, meglio ancora sui pazienti. Pazienti, pazienti, mio Dio, ci siamo dimenticati di loro. Qualcuno ne ha pagato le conseguenze, ma noi abbiamo dovuto voltar le spalle alla maggior parte di loro. Un uomo deve vivere, sapete, yacht golf... sopravvivenza. Così abbiamo finito la scuola, sì, e facciamo par te dell’Albo dell’Ordine dei Medici, e le nostre strade si sono divise Volete sapere una cosa divertente? Qualcuno ha detto che i medici son la categoria in cui è più frequente il suicidio. Come può essere? Or siamo professionisti e abbiamo prestigio, denaro, un titolo, niente.
(Firmato) Signor X
Dopo due anni di accademia, passammo a fare pratica nei reparti d’ospedale. Questo è stato persino più fastidioso del periodo del1 lezioni. Mi resi conto che la maggioranza delle persone, compresi anche molti medici, soffriva della stessa vacuità, solitudine e noia descritte nelle opere della grande letteratura che leggevo. Stavano conducendo le loro vite nella disperazione: muta o rumorosa ma sempre disperazione. Avevo già deciso che non volevo vivere in quel modo. Stavo imparando la medicina, ma cercavo di evitare che la mia esperienza universitaria annegasse nello squallore, come succedeva a molti miei colleghi. Dato che i risvolti accademici della scuola di medicina non mi risultavano particolarmente difficili, provai a sperimentare gli sport, e per la prima volta mi unii al Richmond Rugby Club. Per evitare di esaurirmi, mi tenevo libero almeno un giorno alla settimana e la maggior parte dei fine settimana, e probabilmente ebbi molti più appuntamenti galanti che in qualsiasi altro periodo della mia vita. Per la prima volta le donne mi trovavano attraente. Forse era dovuto in parte al fatto che non mi interessava che cattedra avrei ottenuto. La mre mete non erano Yale o Harvard, così non prendevo parte a quel gioco. Chiesi all’amministrazione scolastica di non comunicarmi i miei voti, a meno che non stessi andando male. Il divertimento più grande era interagire con i pazienti. Mi ribellavo ai giri solenni e al distacco di dieci estranei in camice bianco, che entravano come una truppa nella stanza di una persona malata. L’aria di solennità era così irrespirabile, che preferivo visitare i pazienti quando i “pezzi grossi” non erano intorno. Scoprii che se entravo in una stanza d’ospedale con un sorriso vibrante, il paziente immediatamente si risollevava. Alto quasi due metri, con i capelli lunghi, i baffi e un cerotto nero attaccato con una spilla da balia al bavero del camice, per richiamare l’attenzione sulla guerra del Vietnam, apparivo diverso dalla maggior parte dei miei colleghi. Scoprii che i pazienti erano emozionati del fatto di avermi lì con loro. Ero libero di parlare ai pazienti, piangere con loro, massaggiarli, confortarli, scherzare e infondere un po’ di vivacità nelle loro vite. Inizialmente la mia presenza provocava, qualche volta, un attimo di esitazione, ma un atteggiamento amichevole vinceva tutte le remore. I pazienti amavano tutto questo. Le infermiere lo adoravano. I miei colleghi studenti erano un’altra storia: ad alcun1 piaceva, altri lo odiavano. Molti si sentivano minacciati da me. Un ospedale st supponeva fosse un posto molto serio. Qui le persone soffrivano e morivano, e i dottori dovevano essere solenni. Ma io non lo accettavo. A volte, naturalmente, la solennità era senza dubbio appropriata, ma per lo più non lo era. I miei professori rispondevano, come era prevedibile, con l’idioma del “taglio di capelli”. I pezzi grossi insistevano sul nostro aspetto, non sul nostro comportamento, e volevano che apparissimo tutti uguali: capelli corti, vestito a tre pezzi, e niente “vegetazione facciale”. A loro non interessava se eravamo umanisti o meno. Ero in contrasto con i miei professori, anche per quanto riguardava il mantenere una distacco professionale. Avvicinarsi ai pazienti era proibito perché avrebbe potuto portare a un transfert (un coinvolgimento emotivo) o a un’azione legale. Ma sentivo ancora qualcosa di magico ogni volta che i pazienti mi offrivano liberamente la loro vulnerabilità e la loro fiducia. Sentivo fosse naturale sedersi di fianco a loro, aprirmi a loro con la stessa vulnerabilità e condividere la mia vita con loro. I professori si opponevano a quella vicinanza, al fatto che sedessi sul letto con i pazienti o massaggiassi loro i piedi: “Sei troppo coinvolto”, dicevano. Uno dei migliori programmi di studio al Medica1 College della Virginia offriva l’opportunità, durante tutto l’ultimo anno, di perseguire i propri interessi personali attraverso corsi facoltativi. Io ero interessato alla pediatria, così scelsi di trascorrere il periodo dal settembre 1970 fino al marzo 1971 in una clinica per bambini, in un ghetto di Washington D.C. La clinica era affiliata con il Children’s Hospital ed era diretta dalla dottoressa Peg Gutelius. La sua compassione e il suo senso dell’umorismo creavano un’atmosfera amichevole e rilassata: il mio tipo di ambiente. Mi furono date completa responsabilità e libertà di trascorrere il tempo con i bambini. Mi diedero il permesso di portare degli amici e di dipingere personaggi dei cartoni animati su tutti i muri. In breve, fui incoraggiato a essere me stesso. Avevo interpretato il ruolo di Babbo Natale già in passato per i bambini ritardati e per quelli del programma Head Start, così arrivai alla clinica vestito da Babbo Natale. I bambini cominciarono subito a chiamarmi “dottor HO HO”. Ogni giorno era un’esperienza nuova ed emozionante, ma l’emozione più grande era data dall’ambiente e dagli sforzi di squadra per aiutare i bambini e le loro famiglie. La maggioranza dei pazienti non aveva denaro per pagare I nostri servizi e non aveva altro modo per ottenere aiuto, così la clinica possedeva il gusto delle cure mediche gratuite e dispensate con un sorriso. La adoravo. Durante lo stesso periodo, trascorrevo quindici ore alla settimana alla Free Clinic nella zona di Georgetown. Questa clinica di stile hippy era aperta di notte e gestita da volontari. Qui la medicina era praticata con il mero intento di alleviare la sofferenza medicina con fondi inesistenti, con il decoro di un mercatino delle pulci. Che pronto soccorso! Le persone arrivavano da tutta l’area di Washington e oltre: alcuni vestiti in ghingheri e altri con un abito da confraternita, persone di strada, hippy che suonavano chitarre e cantavano, altri distribuivano volantini per sostenere una causa, adolescenti della periferia suburbana che chiedevano la pillola anticoncezionale, drogati, “militanti” del movimento clandestino antimilitarista, persone che avevano paura di prendersi qualcosa solo per il fatto di essere state lì, curiosi e molti altri. Sedevano o stavano in piedi tutti insieme in una stanza, con pile di vestiti in un angolo, coperte per chiunque ne avesse bisogno in un altro, insalate e una pentola di fagioli (cibo sostanzioso) in un terzo. La gente portava cose utili che condivideva con gli altri. 1 muri erano coperti di poster, manifesti e cartoncini da 9 centimetri per 15, che descrivevano parenti scomparsi. Lì c’era molta “medicina” e del tipo più gratificante e ogni medico poteva essere se stesso nel miglior modo possibile. La Free Clinic offriva un ambiente ideale, in cui fare degli esperimenti con lo humour e vedere se poteva aiutare gli altri. Un giorno per lavorare indossai un cappello da pompiere e un naso rosso di gomma, e scoprii che il mio essere un po’ folle non diminuiva il rispetto o la fiducia dei pazienti. Effettivamente sembrava accrescere questi sentimenti. Lo humour mi aiutò ad avvicinarmi a molti pazienti. Passavo molto tempo con loro e qualche volta mi invitavano anche a casa loro. La vicinanza, risultato del tempo che passavamo insieme, era indistinguibile dall’amicizia. Questo era il contesto nel quale desideravo lavorare: amicizia, accresciuta da un senso di mancanza di obblighi. Trovai che amavo essere al lavoro e ci andai anche le notti in cui ero di riposo. Questa struttura e la clinica per bambini mi diedero i modelli per quello che volevo fare nella mia carriera medica. Il mio apprendistato mi condusse a trovarmi faccia a faccia con il sistema sanitario americano. Sapevo che sarebbe stato difficile per me trovarci il mio spazio. Dove va a finire una persona spensierata? Dove va la medicina di servizio? In una riserva indiana con grandi rotoli di nastro rosso? In pediatria? Queste sono le sole opzioni? Alcuni dei miei colleghi lasciarono la medicina per queste incompatibilità (uno era così esaurito da diventare istruttore di sci), ma la maggior parte è rimasta nell’ambito della medicina e ha rinunciato alle sue idee originarie. Io continuai a fare quello che pensavo fosse giusto. L’ultimo anno ero diventato piuttosto loquace, non rendendomi conto che le mie azioni sarebbero state interpretate dalla scuola come una minaccia. Le ultime settimane della scuola di medicina furono caratterizzate da uno scontro con un assistente del decano, che mi minacciava, dicendomi che non mi sarei laureato. Mi criticava in una nota dicendo che ero “eccessivamente allegro”. L’ufficio del decano arrivò a spaventare mia madre, con storie inventate sul mio comportamento irresponsabile. Avevo progettato di andare alla discussione della tesi vestito da Babbo Natale, ma questa esperienza mi aveva così amareggiato che mi trattenni. Per controbilanciare la brutta esperienza alla scuola di medicina, mi accaddero due cose molto belle. La prima era che incontrai Linda Edquist, alta e bella “figlia degli anni sessanta”, che è stata mia amica, compagna e moglie da quella volta. Era una volontaria nella clinica per adolescenti nella quale trascorsi i miei ultimi due mesi di apprendistato. Per il nostro primo appuntamento, la portai a un “balloon party”, una cosa che sognavo di fare da anni. Riempii il mio appartamento di palloncini dal pavimento al soffitto. Con una ventina di persone nella stanza, nessuno poteva vedere gli altri, ma ogni volta che qualcuno si muoveva, tutti potevano sentirlo. Era un circo di sensazioni e fu un appuntamento molto interessante per lei e per me. Attratto dalla sua indipendenza, generosità e gaiezza, pensai: “Mio Dio, che donna deliziosa”. Lei tornò al dormitorio e disse alle amiche: “Ho appena avuto l’appuntamento più strano della mia vita. Penso che sposerò quel tipo”. L’altra cosa positiva era che, quando tornai al Medical College della Virginia per gli ultimi tre mesi di frequenza, cominciai a elaborare una linea di pensiero che avrebbe dato forma al resto della mia vita. Volevo ancora lavorare in pediatria e passare molte ore leggendo di educazione, nella convinzione che un pediatra dovesse conoscere bene l’argomento. Pensavo che, se avessi potuto diventare medico in una scuola e avere contatti con gli studenti e le loro famiglie, forse la salute generale degli studenti sarebbe migliorata. Scrissi a molte scuole proponendo l’idea, ma non ottenni risposta. Alla fine, mi resi conto che, se avevo dei sogni per migliorare la cura della salute, avrei dovuto realizzarli da solo. La mia mente era infervorata dalle tante alternative. Una comune o una situazione di gruppo sembrava l’approccio più promettente; avevo letto diffusamente della filosofia utopistica e avevo visitato la comune di Twin Oaks in Virginia nel 1969. Ma non sapevo di comunità medicoterapeutiche in America, che ponessero in primo luogo l’umanesimo. Temevo che i vincoli legali sulla pratica medica tradizionale non avrebbero permesso un tale esperimento. Avevo ancora l’intenzione di completare l’internato di pediatria e di lavorare con bambini e adolescenti. Ma decisi di progettare un altro modello. Per sei settimane giocai con molte idee. Alla fine disegnai un piano grandioso - non sapevo quanto grandioso a quel tempo - per il quale mi sentivo pronto a impegnarmi. Lo misi su carta in una notte, veramente non rendendomi conto di quanto fossi serio o di come le mie idee di una struttura medica ideale avrebbero avuto un tale ascendente sul lavoro di tutto il resto della mia vita. Intitolato “Pensare positivo”, il progetto prevedeva di fornire cure mediche tenendo presenti gli interessi dei pazienti e del personale allo stesso tempo. Avevo la visione di una comunità, dove potevano approdare persone con un’immagine negativa di sé, partecipare attivamente a ricostruire le loro vite e ritrovare l’amore per sé e per gli altri la terapia più efficace in assoluto. Vedevo una fattoria di circa 75 o 100 acri con una scuola elementare, una biblioteca, dormitori per almeno 300 persone e strutture per artisti, artigiani, altre persone molto dotate, provenienti dalle associazioni alcoliste americane. Avremmo avuto giardini e orti per rendere la comunità autosufficiente e una serie di progetti (per esempio la costruzione di tre case) per rendere il lavoro un gioco gioioso, La comunità avrebbe avuto uno staff permanente di dottori e di professionisti sanitari e personale temporaneo, formato da insegnanti e da altri aiutanti. La maggior parte di questi sarebbe rimasta solo per poche ore o giorni, ma quelli che avessero sentito la necessità di restare per periodi più lunghi sarebbero restati. Scrissi: “La comunicazione, sia essa verbale o non verbale, sarà il nostro modus vivendi”.
Molto di questo sogno è solamente abbozzato, ma è certo che la rigidità non sarà vista di buon occhio e la spontaneità, invece, premiata. L’amore per sé, per gli altri, per l’ambiente e per la vita saranno i nostri effetti collaterali, non attraverso la conversione forzata, ma attraverso la sperimentazione della vita come gioia. Quando nasce un bambino, si ritrova in un mondo in guerra, apatico, competitivo, dove l’affermazione di sé e della propria individualità sono scoraggiate, e l’amore per gli altri e per la vita è visto come pura fantasia. Saremo una comunità dove la gioia è un modo di vivere, dove imparare sarà per noi il più grande obiettivo e l’amore la meta suprema.... Non lo chiameremo sogno, ma lo vivremo come una realtà.
Avevo deciso in parte di lavorare con il sistema, e in parte di cambiarlo, anziché dimostrare quanto fosse stupido. Il sogno cominciò con una visione astratta per dare un servizio e evolse in forme diverse, convergendo in una proposta audace. Il modello all’inizio non aveva un nome; solo nel 1979 lo chiamammo Gesundheit Institute. Scegliemmo questo nome tedesco perché ci faceva ridere, e quindi era aperto verso la guarigione, e perché, tradotto letteralmente, Gesundheit significa “buona salute”.
Preparazione per
Gesundheit
Il mio internato all’ospedale della
Georgetown University era stato come ritornare al
medioevo: una scuola medica esaurita e un gran
numero di persone “fisicamente in salute”, le cui
vite erano miserevoli. Io cercavo un ambiente come
la clinica per bambini, dove la leggerezza e
l’amore prevalevano. Quello che trovai nel
dipartimento pediatrico dell’ospedale della
Georgetown University arrivava all’altro
estremo. Si abusava di trattamenti, spesso dolorosi
e traumatici, invece di trascorrere tempo con i
pazienti, osservare e parlare. Per esempio, in quel
periodo era consuetudine fare un prelievo spinale a
tutti i bambini con convulsioni, anche se le
convulsioni spesso non erano altro che una reazione
alla febbre alta. Dal mio punto di vista,
l’intuizione e un po’ di tempo passato
a osservare i giovani pazienti avrebbero potuto
evitare la maggior parte di quelle procedure
dolorose e traumatiche. Un altro esempio: i medici
privati spesso facevano ricoverare dei bambini con
diarrea o vomito, quando chiamati da madri alla
loro prima esperienza, spaventate, e quindi
somministravano loro fluidi per via endovenosa,
quando ci sarebbe stato bisogno di un po’ di
sostegno e comprensione, invece del ricovero.
Decisi di lasciare l’internato (il personale
al Georgetown confermò la mia
incompatibilità molto gentilmente) e divenni
un medico di famiglia. Decisi di praticare a casa,
un appartamento con tre stanze da letto, che
condividevo con alcuni amici ad Arlington in
Virginia, dove potevo esprimere liberamente i miei
ideali, amando i miei pazienti e usando lo humour e
l’ilarità come terapia.
Il progetto pilota
Questo primo esperimento di comune crebbe in
dodici anni, nei quali esercitammo la professione
medica nelle nostre case; un ambiente amorevole,
dove giocare e condividere le esperienze era
importante alla stregua dei trattamenti medici. In
vari luoghi, da Arlington, Virginia alle fattorie
nel West Virginia, vivemmo quello che in effetti
era un programma pilota per il nostro sogno di un
ospedale gratuito, completo in ogni suo
particolare, e di una comunità sanitaria. Non
abbiamo mai fatto pagare i nostri pazienti o
accettato pagamenti attraverso le assicurazioni
sanitarie. Ci rifiutammo di sottoscrivere
un’assicurazione per negligenza. Praticammo
come ci sembrava giusto, mettendo l’accento
su una medicina preventiva sana, entusiastica,
accettando di buon grado anche terapie alternative.
Un agopuntore si stabilì nel nostro
seminterrato e cominciammo a permettere ad altri
professionisti omeopati, chiropratici,
naturopratici di visitare i pazienti a casa nostra.
Era un incredibile alveare in attività: per me
fu un periodo entusiasmante. Nel settembre del
1973, due anni dopo aver concluso la scuola di
medicina, Linda e io, con tredici altre persone che
avevano lavorato con noi, girammo l’Europa
per undici mesi in un autobus blu del 1952.
Impiegammo quel tempo per esplorare la
solidarietà umana e tutti i modi con i quali
potevamo rafforzare e cementare i nostri rapporti.
L’intimità e l’apertura che
sviluppammo durante quel viaggio sarebbero state
importanti per il passo successivo del nostro
lavoro. Prima nella Contea di Fairfax, in Virginia,
e quindi nella contea di Jefferson, nel West
Virginia, venti di noi vissero e lavorarono
insieme. Facevamo gli agricoltori, allevavamo capre
e sperimentavamo il gioco in molteplici forme. Ogni
mese centinaia di persone ci visitavano, condotte
lì dal passaparola. Venivano sia per le cure
mediche, sia per partecipare alle attività con
cui noi esploravamo il fertile potenziale del
gioco. Alcuni di coloro che vennero per le
attività sociali esposizioni di artigianato,
giochi e danze tornarono in seguito per un aiuto
medico. Il trattamento dei pazienti si svolgeva nel
corso della vita quotidiana mentre passeggiavamo,
lavavamo i piatti 0 giocavamo insieme. Servivamo
sia pazienti che avevano percorso grandi distanze
per avere un trattamento sanitario, sia persone
sane, che desideravano formulare un programma di
prevenzione. Le loro “visite ambulatoriali”
duravano da pochi minuti a cinque mesi. Pazienti
con problemi medici cronici che non erano stati
risolti dalla medicina tradizionale, come pure
coloro che erano oppressi dagli effetti collaterali
dei loro trattamenti, vennero da noi sperando di
trovare delle alternative. Ci ispirarono alla
ricerca di soluzioni che erano state condannate
nella nostra formazione medica. Studiammo la storia
della medicina e la letteratura medica alternativa.
Nella speranza di dare un po’ di tregua a
coloro che continuavano a soffrire, sia che si
trattasse di mali “reali” o “immaginari”, cercavamo
persone che avevano risolto i loro problemi al di
fuori della medicina tradizionale. Un po’
alla volta, trovammo dei testimoni che si erano
sottoposti a cure efficaci o i cui sintomi erano
stati alleviati. Chiedemmo a degli specialisti di
trattare pazienti selezionati sotto la nostra
supervisione. Con nostra grande sorpresa e piacere,
molti pazienti furono aiutati dalle terapie
alternative. Questi nuovi approcci divennero una
meravigliosa integrazione ai nostri trattamenti
allopatici. Nel corso di quei dodici anni,
scoprimmo che la maggior parte dei pazienti aveva
bisogno di molto di più che non di semplici
farmaci. La salute sembrava intrecciarsi con la
percezione della qualità della vita
dell’individuo. Spesso
l’insoddisfazione nei confronti del lavoro,
della famiglia e di se stessi, impedivano la “cura”
o un miglioramento della salute. Sembrava
assolutamente indispensabile capire come prevenire
o modificare queste tragedie, se volevamo
affrontare i problemi di salute di ogni persona in
modo efficace. Questi argomenti tradizionalmente
sono stati di competenza della filosofia, della
psicologia, delle arti, della religione, così
le studiammo diffusamente. Quando visitavo un
paziente, passavo ore per sapere dei suoi genitori,
amanti, amicizie, lavori, e hobby: la persona nella
sua interezza. Questa versione molto ampliata della
tradizionale, e spesso mutilata, “anamnesi” era
l’unico modo con cui potevamo venire a capo
di cosa aveva influito sulla salute di una persona
e costruire una relazione tra di noi. Molti
pazienti non desideravano il livello di
intensità che io ero disposto a dare, ma
qualsiasi grado di intensità era meglio di
niente. Credo che i miei pazienti abbiano ottenuto
quello per cui erano venuti e che i loro occhi alla
fine si siano parzialmente aperti sul potere di
guarigione dell’intimità. Non ho mai
definito le persone in base ai loro mali. Molti
individui nella nostra società sono
insoddisfatti della loro vita e hanno bisogno di un
grande quantità di nutrimento psicologico e
spirituale. Supponiamo che una persona con il
cancro venga da me e che trascorriamo insieme 100
ore. Quante di queste ore dedicheremmo a parlare
degli aspetti fisici del cancro? Due ore, o forse
dieci. Il resto del tempo, parleremmo
dell’essere umano e perché importa che
la persona viva o muoia. Per quanto tempo potrei
parlare del dolore alle articolazioni di qualcuno?
Il paziente è in grado di descriverlo
perfettamente. Io potrei fare un esame medico.
Potrei proporre l’agopuntura, o
l’omeopatia, o delle pillole. Ed è
tutto. Ma quella persona potrebbe ancora sentire
dolore. A volte la gente mi chiede: “Quali sono le
vostre percentuali di guarigione?” Questa domanda
è applicabile su “casi” nel senso medico
classico di “sei casi di diabete”,
“cinque casi di
cardiopatia”, e così via. Noi non avevamo
“casi”. Vedevamo individui con problemi medici o
bisogni. Ho tenuto una documentazione molto scarna,
ma stimo che il flusso nella nostra struttura fosse
fra le 500 e le 1000 persone al mese. Non
c’erano sale d’aspetto. Non dicevamo
mai: “Questa persona è qui per fare i raggi
X”,
o “Questo è qui per gli esami di
laboratorio”. Essere li era la terapia. Per noi la
medicina era ed è la relazione tra il
guaritore e il paziente. Così se qualcuno
veniva per lavorare nel giardino, arrivava per
cena, o solo per vedere cosa stava succedendo, la
nostra meta era costruire con,lui una relazione
solida. Era un processo lento. Molti dei nostri
pazienti avevano visto altri dottori, spesso molti
altri dottori. Avevano descritto i loro sintomi. I
dottori avevano condotto degli esami e prescritto
un trattamento o due, e questa era la loro
relazione. Spesso c’era bisogno di
un’interazione molto lunga per instillare una
visione alternativa di quello che potrebbe essere
il rapporto dottorepaziente. Dato che tutto questo
succedeva nella nostra casa, consideravamo di
grandissima importanza per la nostra stessa salute
avere un ambiente amorevole, divertente, creativo,
cooperativo e aperto al cambiamento. Mandavamo
avanti una fattoria biologica, una serie di
progetti di artigianato e un programma ricreativo.
Una parte importante del nostro messaggio era che
le persone hanno bisogno delle persone. Sentivamo
che molte persone potevano ridurre le loro angosce
e la loro solitudine se erano sostenute da amicizie
molto forti, dalle famiglie e dalla comunità.
Tentammo di dare un esempio con le nostre stesse
vite personali. Solitamente lo staff era composto
da quindici o venti persone, fra cui almeno due
medici, spesso di più, nella cornice di
un’azienda agricola di periferia. Vivevamo
insieme sotto un solo tetto, rinunciando
praticamente alle nostre vite private. Ogni membro
dello staff ricopriva molti ruoli: agricoltore,
cuoco, meccanico, impiegato, infermiera, dottore,
artista. Il nostro imparare a vivere in modo
cooperativo e felice ispirò molti dei nostri
pazienti a cercare legami più stretti nelle
loro comunità, dopo essere tornati a
casa.
Procedendo: pubblicità e
raccolta di fondi (e di divertimento)
Nel 1979, mi allontanai di un passo dal nostro
lavoro, al fine di riflettere sulla nostra meta
finale: costruire un ospedale dove avremmo potuto
realizzare il nostro impegno per la cura gratuita
della salute. Questo passo fu suggerito dalla
frustrazione di diverse persone che partecipavano
al progetto, le quali, dopo otto anni, ne avevano
abbastanza di sacrificare le loro vite private e di
battersi per un sogno che non sembrava mai
realizzarsi. Allora vivevamo a The Rocks, una
fattoria del West Virginia. Linda e io ci
trasferimmo più vicino a Washington per
concentrarci sulla raccolta dei fondi e per
lavorare come medici anche se in modo limitato; le
persone che rimasero a The Rocks alla fine smisero
di fornire cure mediche, ma sono rimaste insieme
come comunità. La raccolta di fondi fu molto
lenta fino al 1983, quando decidemmo di abbandonare
dodici anni di silenzio con i media e cercare
attivamente della pubblicità. Questa decisione
fu molto difficile. Non avevamo mai avuto bisogno
di farci pubblicità; i nostri pazienti ci
avevano sempre trovato attraverso il passaparola,
che funzionava poiché le persone tendono a
raccontare di quando si divertono. Avevo paura che
la pubblicità avrebbe inciso negativamente
sulla natura sacra del nostro ambiente, che avrebbe
trasformato i nostri professionisti sanitari in
celebrità, e avrebbe distrutto qualsiasi tipo
di vita privata avessimo. Un’altra ragione di
esitazione era la natura della pubblicità in
se stessa: non è mai la verità, è
superficiale, ci rende un prodotto, e rende futile
ciò che stiamo facendo, focalizzando
l’attenzione sui personaggi, invece che sulle
idee. Comunque, devo ammettere che la
pubblicità dagli articoli apparsi sulle
riviste e sui giornali alle partecipazioni
televisive, fino alle lezioni, alle conferenze e ai
seminari probabilmente è stata la soluzione
più efficace per raccogliere fondi. Il primo
articolo sul Gesundheit Institute apparve
nell’aprile del 1983 nella rivista
Prevention. Ci fece arrivare più lettere che
qualsiasi altro articolo in assoluto, perché
Prevention ha un numero enorme di lettori. Pochi
mesi dopo, un articolo sulla prima pagina della
sezione dedicata al costume del Washington Post
attrasse l’attenzione non appena fu venduto
da un’agenzia di stampa e finì su molti
dei maggiori quotidiani del paese. Le lettere
arrivarono a centinaia. Una donna del Distretto di
Columbia ci telefonò per chiederci il nostro
indirizzo e ci portò un assegno di 5000
dollari. Ci arrivarono telefonate dalla televisione
e da produttori cinematografici. Donazioni, offerte
di lavoro e richieste per fare dei discorsi si
riversavano su di noi. Ma la cosa migliore era data
dal fatto che mi scrissero abbastanza medici da
riempire quattro o cinque ospedali, entusiasti alla
prospettiva di lavorare in un ambiente dove
potessero trovare soddisfazione nel “servire”. Poco
dopo questi primi articoli sul Gesundheit
Institute, cominciai a tenere conferenze e seminari
sui nostri progetti e sulla nostra filosofia della
guarigione. Questo ci aiutò a raccogliere del
denaro, sia per le spese di sopravvivenza, sia per
cominciare a costruire sul nuovo terreno nel West
Virginia, che avevamo ottenuto nel 1980 (vedi il
Capitolo 10). Continuavo ad accettare inviti per
tenere conferenze, ma mi resi conto che
c’erano molti aspetti della cura della salute
che non venivano mai trattati nelle conferenze
mediche. Così cominciai ad aggiungere, alle
mie conferenze, presentazioni teatrali e da clown.
Le costruii sulle parodie che improvvisavamo a casa
fin alla metà degli anni Settanta, in
particolare quelle che avevano come protagonista il
Dottor Niedernamm, un venditore di intrugli del
diciannovesimo secolo, che promuoveva una linea di
elisir chiamati “Prodotti NonProprioLaSoluzione”.
Unimmo le parodie insieme, per realizzare un vero
spettacolo sugli elisir magici della vita: il
meravigliarsi, l’alimentazione, lo humour,
l’amore, la fede, la natura,
l’attività fisica e la comunità.
Ballavamo, pregavamo, digrignavamo i denti,
cantavamo e ridevamo insieme. Quello spettacolo era
una pubblicità dello stare bene, ed era una
presentazione eccellente di ciò che era il
Gesundheit Institute. In seguito aggiungemmo un
secondo spettacolo che prevedeva altri otto elisir
magici.. la speranza, la passione, il relax, la
famiglia, la curiosità, la creatività, la
saggezza e la pace. Sotto l’egida di un
progetto intitolato “La medicina e la commedia
musicale”, ricevemmo un sostegno finanziario dalla
Fondazione Ruth Mott per produrre non solo gli
spettacoli sugli elisir, ma anche una serie di
altre produzioni che diffondevano informazioni
sullo stile di vita olistico, sulle comunità,
sulla gioia del prendersi cura degli altri, la
gioia del prestare servizio e il potere di
guarigione dell’umorismo. Presentammo degli
spettacoli umoristici in tutti gli Stati Uniti, con
una serata danzante, un seminario di gioco per
bambini e una parodia simbolica mia e di Linda
sull’importanza dell’equilibrio nella
vita di una persona, dall’equilibrio fisico
all’equilibrio nelle relazioni e nella
natura. Lo spettacolo prevedeva un gorilla su un
monociclo, marionette e cowboy che cantavano. Ci
offrivamo per partecipare a convegni, incontri e
feste come adorabili, innocenti idioti, sotto il
nome di “Dang Fools” (nota 3), Per uno spettacolo,
costruii un preservativo gigante di lattice,
stendendolo con un pennello, strato dopo strato,
sulla superficie di una lastra di vetro, fino a
farlo diventare abbastanza resistente da poterlo
sollevare dal vetro e avvolgerlo intorno al mio
corpo. Saldai i lembi e lasciai un buco per la mia
faccia. Durante una visita alla Scuola di Medicina
di Harvard, parlai per due ore con un pubblico di
studenti di medicina che venivano da tutto il
circondario di Boston. C’erano studenti
seduti su divani, tavoli e sul pavimento, altri
ancora in piedi lungo le pareti dell’aula
magna della Vanderbilt Hall. In seguito i miei
colleghi J.J., Eva, Kristin, Mark, Lisa e io
trascorremmo mezza giornata, insegnando a sedici
studenti di medicina “come essere un dottore
svitato”. Li vestimmo con tutine attillatissime da
danza, scarponi da clown e poi ali d’angelo,
nasi di gomma e insegnammo loro a fare i
giocolieri, i clown, a camminare su di una fune,
nel cortile dai muri ricoperti. di edera della
Scuola di Medicina di Harvard. La risposta dei
partecipanti a questi seminari era entusiastica e
incoraggiante. Diverse settimane dopo quel viaggio
a Boston, ricevetti una lettera da uno dei
partecipanti al “giocoworkshop”, Paul
Cooper:
. . . la cosa più preziosa che abbiamo ottenuto è stata la consapevolezza, che dopo la scuola di medicina possiamo veramente fare qualsiasi cosa desideriamo e praticare il tipo di medicina in cui crediamo... Quelli di noi che hanno imparato “come essere svitati”, hanno ammirato il potere universale della risata in azione, nel momento in cui abbiamo diffuso la follia tutto intorno la Longwood Medica1 Area, facendo spuntare il sorriso sulle facce dei passanti, dei poliziotti e delle donne, degli autisti delle ambulanze, dei venditori di panini, e naturalmente, dei proprietari del Windsor Bar, nobile istituzione per quanti vogliono bere e guardare la TV. Abbiamo sentito dei commenti davvero degni di nota, nel corso di questa nostra parata da clown, come: “Sono a Boston da tre settimane, ragazzi, e voi siete le prime persone simpatiche che ho incontrato”, e, “Ragazzi, voi diventerete medici?! è fantastico!!”
A un convegno sulla medicina preventiva all’Università del Minnesota nel 1986, il mio intervento (lo seppi in seguito) ricevette la valutazione migliore, fra tutti quelli offerti durante i due giorni della manifestazione. Il coordinatore del convegno scrisse: “Che uno di noi finisca in un ‘Gesundheit’ Institute o meno, possiamo ricordare tutti per che cosa siamo qui, e imparare come prenderci cura veramente dei nostri pazienti.” 1 miei viaggi ispirarono anche dei cambiamenti. Nel 1989 tenni un “giocoworkshop” al Centro medico DeKalbe di Decatur in Georgia. Il Direttore medico di quel centro mi scrisse poi che, il giorno dopo, un dottore aveva intervistato i suoi pazienti, per scoprire se avrebbero preferito andare in un reparto “mattacchione” o in uno serioso: tutti avevano votato per il reparto “mattacchione”. Il gusto di fare il mattacchione mi ha reso in qualche modo un evento per i media, quando il mio messaggio ha cominciato a diffondersi anche attraverso la radio e la televisione. Partecipai allo spettacolo di Ophra Winfrey insieme con altri cosiddetti “eccentrici”. Presenziai inoltre, in un programma della televisione pubblica, nel quale si parlava del Progetto Giraffa, un’organizzazione che assegna dei premi alle persone “che tirano fuori il collo”. Io ero una delle Giraffe. Nel 1990, la televisione pubblica nel West Virginia produsse un bel programma di mezz’ora sul nostro futuro complesso. Da anni sto trattando con un produttore televisivo indipendente che vorrebbe fare una serie di telefilm ispirati al Gesundheit Institute. Alcune di queste situazioni saranno sicuramente orrende, altre meravigliose; in tutti i casi ci avranno aiutato a costruire il nostro ospedale. Una delle mie esperienze più produttive fu un viaggio nell’Unione Sovietica nel 1985. L’iniziativa non serviva a pubblicizzare il nostro progetto, ma a promuovere la pace e la mutua comprensione nel mondo. Io ero uno dei settantacinque cittadini diplomatici (medici, insegnanti, artisti, leader religiosi, personalità della TV, stelle del cinema, e anche bisnonne) che erano stati invitati a raggiungere il popolo russo con amicizia. Dal momento in cui mi presentai agli ufficiali della dogana russa con il mio “ridiporto”, un passaporto fotografico umoristico che mi mostrava con venti nasi diversi, passai le due settimane seguenti facendo il clown. Indossavo un naso di gomma e un vestito buffissimo di colori e disegni chiassosi e brillanti. Avevo portato un’enorme quantità di nasi di gomma e li mettevo a soldati, vecchie signore e ragazzini. Migliaia di persone ridevano, quando facevo le andature più strane con quella tenuta nelle metropolitane, nelle scuole, negli ospedali e nelle chiese e agli incontri formali del Comitato Sovietico per la Pace. Da allora sono tornato tutti gli anni nell’ex Unione Sovietica come clown e ho incontrato centinaia di persone, alcune delle quali sono ora miei amici per la vita. Questa è forse la cosa migliore che faccio per me stesso. Se qualsiasi lettore fosse ispirato a venire, me lo faccia sapere. Non c’è bisogno di esperienza. Queste esperienze mi hanno condotto a pensare che i capi e i politici nella nostra nazione e di tutto il mondo, dovrebbero mettere in campo i clown e I’ilarità, per riequilibrare la serietà delle questioni internazionali. Quando ero ancora all’università, avevo giurato che non avrei mai respinto un paziente, e quando cominciai a tenere conferenze pensavo che stavo raccogliendo fondi proprio per quello. Lavorare con i miei pazienti mi mancava terribilmente. Fortunatamente, i miei viaggi e i contatti con i professionisti del mondo sanitario mi aiutarono a sentire meno quella perdita. In qualche modo, queste persone diventarono i miei pazienti, partecipando alla realizzazione delle mie conferenze e dei miei seminari sull'“esaurimento” e sul bisogno di humour e di intimità nella pratica medica. Nel circuito delle conferenze, la gente pensava che stessi praticando della grande medicina. Medici, infermiere e persino persone non coinvolte con queste professioni ascoltavano quello che si diceva sull’esperimento Gesundheit e cominciavano a prestare servizio nelle loro comunità. Così, in qualche modo, attraverso di loro, agivo sulla comunità e sulla società come se fossero pazienti. Questo però non mi ridava quel contatto, da persona a persona, che amavo in medicina. Negli anni, da quando sono “diventato pubblico”, ho ricevuto decine di migliaia di lettere da persone che volevano incoraggiarci e aiutarci. Ho risposto a ogni lettera. Se le lettere fossero state impilate, probabilmente formerebbero da quattro a sei mucchi alti ognuno cinque metri. In un giorno normale, quando non sono in viaggio, scrivo da venti a quaranta lettere e faccio oltre trenta telefonate, molte finalizzate alla costruzione del nostro ospedale. Per mantenere i contatti con il nostro “nutwork” (nota 4), l’insieme dei matti che seguono il nostro lavoro, abbiamo cominciato a pubblicare un notiziario, News From Gesundheit Institute, che poi è diventato “Acheo! Seruice” [letteralmente “Servizio Etciù!”]. Gareth Branwyn e sua moglie, Pam Bricker, cominciarono a scrivere il notiziario all’inizio degli anni Ottanta, per mantenere al corrente i nostri amici sui progressi e sui nostri bisogni e soprattutto per coinvolgerli nel nostro progetto. Il primo numero annunciava che presto avremmo deposto il primo mattone per la costruzione del primo edificio nel West Virginia. Ogni numero delle News riportava nuove pietre miliari nella costruzione del nostro ospedale. Le News registravano anche la crescita della nostra famiglia: due nascite nella nostra casa nella primavera del 1987 (Lars, che nacque a me e Linda, e Blake, nato un mese dopo a Gareth e Pam); il matrimonio di J.J. e Eva Bear, nel settembre del 1987, e la nascita del loro bambino: il primo del nostro gruppo nato sul terreno del West Virginia; e l’acquisto della nostra casa al 2630 di Robert Walker Piace ad Arlington, Virginia. Il notiziario parlava ripetutamente del mio profondo desiderio di praticare di nuovo e della mia speranza che il periodo nel quale avrei dovuto trascurare i miei pazienti, cominciato nel 1983, fosse breve. Descriveva i progressi che stavamo facendo sul nostro terreno nel West Virginia e elencava i progetti pianificati per il periodo della costruzione che stava arrivando. Ogni numero del notiziario portava una richiesta di fondi, e la risposta ci ha permesso di avanzare passo dopo passo. Alcune delle donazioni erano straordinariamente generose, ma per la maggior parte facevamo affidamento sul sostegno delle “gocce nel mare”. La nostra sfida più grande ora è raccogliere il denaro per l’ospedale in sé. Non possiamo cominciare a costruirlo senza un fondo di base di almeno 2 milioni di dollari in banca, perché, ovviamente, non possiamo costruire un ospedale a metà. In uno dei primi notiziari, parlai di una comunità sanitaria basata sull’amicizia e sulla mutua interdipendenza, con uno staff che vive nel complesso con la propria famiglia in un’atmosfera collettiva di felicità, ilarità, amore, creatività e cooperazione. Questa atmosfera deve come ha fatto in passato accrescere la salute e alleviare la sofferenza, come nessun’altra forza può fare. Praticare la medicina in questo contesto non può essere altro che una gioia. I nostri sogni su questo genere di struttura medica hanno resistito e sono cresciuti, sono diventati più forti nel corso degli anni, man mano che vi abbiamo incorporato nuove idee. Per i primi dodici anni, il nostro progetto del Gesundheit Institute era praticamente sconosciuto, e nessuno vi lavorava, eccetto quelli fra noi che visitavano i pazienti. Oggi moltissime persone sanno del nostro sogno e desiderano che si realizzi, ma se i sogni sono grandi ci vuole molto tempo per costruirli e realizzarli. Qualunque cosa accada, credo che la nostra meta principale non sia la creazione di un ospedale, ma l’impegno, più ampio, di avere un sogno e di restarci aggrappati con tutte le nostre forze.
Note:
1 Personaggio della famosa fiaba
“Canto di Natale” di Charles Dickens
2 Catena americana di negozi aperti
ininterrottamente dalle sette di mattina alle
undici di sera.
3 “Scemi Ciondoloni”
4 “Nutwork” è inteso come lavoro dei matti, e
come network, rete di comunicazione.
