Nato due volte
decondizionare l'infanzia
di Premartha e Svarup
Prezzo: 16,00 EUR
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Introduzione
Introduzione
Il bambino non muore mai...nulla mai
muore. Il bambino c'è, è sempre
presente,
ricoperto da altre esperienze... ricoperto
dall'adolescenza, poi dalla giovinezza, in
seguito
dalla mezza età e poi dalla vecchiaia...
ma il bambino è sempre presente.
Tu sei semplicemente come una cipolla, strato
su
strato, ma se sbucci la cipolla, al suo
interno
troverai strati freschi. Continua, vai sempre
più
in profondità e troverai
strati più freschi. La stessa cosa vale
per l'uomo: se vai in profondità al suo
interno,
troverai sempre il bambino innocente...
E contattare questo
bambino innocente è terapeutico.
(Osho, The Wild Geese and the Water)
Il bambino dentro di noi è ancora vivo...
Il bambino dentro di noi è ancora vivo. Nell'ambito della tradizione psicologica occidentale, da Freud in poi, ciò significa che tutte le tematiche irrisolte della nostra prima infanzia influenzano a tutt'oggi in modo determinante il nostro comportamento, le nostre emozioni, e i nostri rapporti. Nella tradizione spirituale orientale, da Buddha in poi, questo significa che l'esserci e l'individualità, che sono qualità essenziali per la ricerca spirituale, erano presenti in noi già alla nascita. Esse sono tuttora dentro di noi, in attesa di essere riscoperte e di rifiorire in una seconda nascita. Quello che vogliamo offrirti tramite il nostro libro è una sintesi di questi due approcci, basata sulla nostra esperienza decennale nel campo del lavoro sull'infanzia, sul nostro interesse nella dimensione della psicologia, e sul nostro amore per la meditazione e la ricerca spirituale.
L'approccio occidentale: la guarigione delle ferite dell'infanzia
L'approccio psicologico occidentale ha enormemente
contribuito all'individuazione e alla comprensione
del processo di condizionamento che è alla
radice della nostra personalità. A cominciare
da Freud e Jung, passando attraverso Wilhelm Reich,
Margaret Mahler, R.D. Laing e tanti altri autori e
ricercatori, la psicologia ci ha dato
un'infinità di informazioni sulle conseguenze
che le ferite del passato hanno sul nostro
comportamento adulto. Ogni bambino nasce già
senziente e percettivo. E, al tempo stesso, ogni
bambino è completamente dipendente dalla
protezione e dall'amore dei suoi genitori. Il
condizionamento che essi gli trasmettono ha un
grosso impatto su di lui. Sin dall'inizio, il
bambino necessita di un'incredibile intuito per
adeguare il suo comportamento alle aspettative che
avverte attorno a sé. In poche parole,
condizionamento significa: la somma delle
condizioni che devo soddisfare per ricevere l'amore
e l'attenzione di cui ho così disperatamente
bisogno per poter crescere, per essere
riconosciuto, nutrito, apprezzato e accolto. Alcune
delle condizioni che ci vengono imposte derivano
direttamente dalle credenze e dalle regole dei
nostri genitori. Altre, soprattutto quelle
impartiteci nei primissimi anni della nostra
infanzia, non ci sono state date in modo esplicito.
In questo secondo caso, il bambino subisce
l'influenza degli stati d'animo, dei comportamenti
e degli atteggiamenti inconsci dei suoi genitori.
Alcuni di noi si ricorderanno forse di non essere
stati più in grado di esprimere qualcosa che
sentivamo, per via di un certo sguardo negli occhi
della mamma o del papá, o perché avevamo
percepito la loro disapprovazione o paura
inconscia. Sia le regole e le credenze, sia questi
scambi energetici, diventano parte del nostro mondo
interiore. Col crescere, li interiorizziamo. La
nostra visione di noi stessi, dell' amore, del
mondo che ci circonda, è condizionata da
queste esperienze passate. Per esempio, da adulti
vorremmo veramente dire di no a qualcuno o a
qualcosa. Ma l'impressione rimastaci dentro di come
quel “no” è stato punito o non rispettato, ci
impedisce di dirlo ora senza provare sensi di colpa
o dubbi. Oppure, da grandi proviamo un vero bisogno
di contatto, di intimità , ma il ricordo
dell'ostilità da parte della mamma, o il suo
rifiuto quando eravamo piccoli, ci fa sentire ancor
oggi indegni di essere amati o ci fa credere che
fidarsi sia pericoloso. Ad ogni stadio della nostra
infanzia il nostro corpo, la nostra emotività,
e più tardi la nostra mente, registrano questi
condizionamenti. Strato dopo strato, il nostro
“ego” si solidifica attorno ad essi, adottando
credenze e risposte fisse. Quella che inizialmente
era una strategia intelligente di sopravvivenza,
basata su circostanze che non potevano essere
alterate, diventa un modo automatico di agire,
sentire e pensare. Finiamo per anticipare e
ricreare sempre gli stessi schemi. Cosí nasce
la nostra personalità: la persona, la nostra
maschera sociale. Nell'entrare a far parte di
questo mondo, la nostra anima ha bisogno di una
identità, di una definizione. Se da bambini
non siamo stati riconosciuti e rispecchiati nella
nostra autenticità, impareremo allora a
identificarci con l'immagine di noi stessi che gli
altri ci hanno rispecchiato. Nel nostro inconscio,
crediamo tutti che l'unico modo per poter
partecipare e avere un posto e un'identità
nella vita sia quello di adeguarci all'immagine che
ci è stata data di noi stessi. Solo attraverso
questa immagine gli altri ci riconosceranno.
Mettere in discussione la nostra personalità,
che è radicata in questa immagine, ci fa
paura. La ragione è che dietro a questa
immagine si nasconde il nostro dolore originario:
l'accumulo di emozioni e sensazioni negate, che
sono in conflitto con l'immagine che abbiamo di noi
stessi. Le abbiamo represse e nascoste. Il più
delle volte, non riusciamo neanche più a
sentirle. Nonostante ciò, questo accumulo
continua ad appesantire e contaminare la nostra
vita di adulti. Anche quando la nostra
personalità ha successo e funziona bene, se
non abbiamo affrontato il nostro dolore originario,
la nostra rabbia, tristezza e sofferenza,
l'immagine che presentiamo all'esterno sarà
solo una maschera, che tappa le ferite della nostra
infanzia. Nei momenti più inattesi, il bambino
ferito può rompere gli argini, e influenzare
il comportamento dell' adulto. Il suo grido di
dolore per il rifiuto e la repressione subiti nel
passato creerà profondi disturbi nella nostra
vita di adulti. Aprendoci a questo dolore
originario, aiutandolo ad affiorare al livello
della nostra consapevolezza, dandogli spazio e
curandolo, potremo finalmente rilassarci, senza
dover più sforzarci per sostenere una
personalità che non ci è comunque mai
appartenuta. Come dice R.D. Laing,
La nostra capacità di pensare... è
dolorosamente limitata: anche la nostra
capacità di vedere, sentire, toccare, gustare
e odorare è così avvolta dai veli della
mistificazione che è necessario che ognuno di
noi si dedichi intensivamente a una disciplina di
dis-apprendimento, prima di poter iniziare
nuovamente a sperimentare il mondo in modo fresco,
con innocenza, verità ed amore.(1) Sotto gli
strati di condizionamento c'è qualcosa
d'altro, che è veramente palpabile ed
autentico. C'è un bambino nato già
senziente, percettivo e presente con tutto il suo
potenziale, un bambino con la sua
individualità.
L'approccio orientale: il recupero dell'innocenza
L'Oriente ci ha ispirato a considerare il bambino come una metafora che allude alla trasformazione interiore. “Ritorna ad essere bambino” è una frase che ricorre in molte tradizioni spirituali. In esso, leggiamo un invito a ritornare alla nostra sorgente originaria, all'innocenza del bambino. Nella tranquillità e ispirazione che questo stato produce dentro di noi, risponderemo con le nostre azioni a ciò che sta avvenendo nel presente, anziché continuare a reagire al passato che ci portiamo dentro. Nel mondo della spiritualità, il bambino condizionato non ha una realtà sostanziale. Questo bambino ferito ci sembra molto reale solo perché non abbiamo dato spazio e riconoscimento al suo dolore. Fino a che non lo ascoltiamo, continueremo a sentircelo dentro e a comportarci inconsciamente come lui. Il bambino reale, di cui Buddha e di Gesù parlano, riflette invece il potenziale che ognuno di noi porta con sé dalla nascita. Veniamo tutti al mondo come esseri puri. Un neonato non si sente separato dal mondo, non percepisce alcuna divisione tra il bene e il male, non si sforza di anticipare cosa dovrebbe o potrebbe succedere. Questa innocenza permette un'apertura, una disponibilità che in sé contiene un potenziale enorme. Nel percorso spirituale dell'Oriente, l'innocenza ha un grande valore. Da bambini non possiamo fare a meno di perderla, perché dobbiamo imparare a muoverci in un mondo che non la valorizza. Nel corso di questo processo, ci dimentichiamo di noi stessi. Più tardi, però, ci sarà possibile ritrovarla, questa volta in modo consapevole, attraverso l'esplorazione di diverse tecniche spirituali. E con questa riscoperta, cominceremo a ricordarci della nostra individualità, di chi veramente siamo. Questo ricordarsi non è un prodotto della mente, non è né concettuale, né analitico. è uno stato dell'essere, un senso di presenza e di spazio nel quale tutti gli sforzi e le tensioni si dissolvono. In questo stato siamo ancora in grado di muoverci e interagire con il mondo esterno. Anzi, potremo farlo in modo più vero e sostanziale. Ma, al centro di noi stessi, rimarremo distaccati e disidentificati, semplici testimoni, come lo sono spontaneamente i bambini appena nati. Nella tradizione Sufi, nella sua versione modernizzata e occidentalizzata di H. Almaas e Faisal Muqqadam, la pienezza originale con la quale siamo nati si chiama essenza. In modo poetico e multicolore, entrambi illustrano come, attraverso gli stadi di sviluppo dell'infanzia, differenti aspetti di questa essenza si disperdono e vengono smarriti. Ciò accade soprattutto perché i nostri genitori non li riconoscono e non danno loro valore, neanche in loro stessi. Per non sentire il vuoto e la mancanza di questi aspetti essenziali, decidiamo per esempio inconsciamente di sostituire la fiducia essenziale perduta con il calcolo o l'ostilità, o la nostra forza essenziale con lo sforzo, e cosí via. In questo modo, il tessuto del nostro essere diventa pieno di buchi. Noi proviamo a riempirli con una falsa immagine di noi stessi, con compensazioni, con speranze e sogni. Nel nostro percorso spirituale, ci imbattiamo in questi buchi. Riconoscendoli, ammettendo la falsità delle nostre compensazioni e la nostra riluttanza a sentirli, possiamo cominciare a percepire ciò che realmente ci manca, e a ridiventare ricettivi. In questo nuovo stato di apertura, l'essenza potrà nuovamente fluire dentro di noi, e potremo ritrovare la nostra pienezza originaria.. Come dice Lao Tzu, Quando l'uomo nasce, è tenero e debole; alla sua morte, egli è duro e rigido. Quando le cose e le piante sono vive, esse sono morbide e flessibili; quando sono morte, esse sono fragili e secche. Perciò, la durezza e la rigidità sono le compagne della morte e la morbidezza e la gentilezza sono le compagne della vita. (2)
La sintesi tra oriente ed occidente: Osho
Durante questi ultimi decenni, l'atavica divisione tra oriente ed occidente ha iniziato a dissolversi. Forse questo è accaduto a causa della noia e della depressione che hanno infiltrato l'occidente opulento, o perché all'oriente non bastava più il fatalismo adottato per millenni. Oppure, può darsi che la facilità di scambio e accesso all'informazione abbia creato per entrambe le parti un nuovo spazio di incontro. O, ancora, può essere che alla base di questo riavvicinamento ci sia un qualche misterioso sviluppo della consapevolezza umana. Fatto sta che la separazione non è ormai più così netta. L'esperimento di terapia e di meditazione cresciuto attorno al maestro illuminato Osho, è proprio fiorito in questo nuovo spirito di sintesi tra oriente ed occidente. Partecipando attivamente a questo esperimento e meditando con Osho, molti ricercatori come noi ricevettero una trasmissione energetica, dal vivo, di quanto i libri indicavano. In questo contesto, le esperienze vissute nei gruppi diventarono per tutti noi più sostanziali, e in una certa misura indescrivibili, al di là della terapia. La considerazione pratica che ha dato origine a questo esperimento è che la mente occidentale, con tutti i suoi condizionamenti, la sua ambizione, le compensazioni, è un osso duro da mordere: per un occidentale non è così semplice sedersi ed osservare mentre si sente in guardia, teso, pieno di paura e diffidente. Alla base di questi atteggiamenti difensivi, c'è il dolore originario, c'é della rabbia, ci sono delle ferite che hanno bisogno di riemergere per poter essere riconosciute, espresse e dissolte. Dopo la fase catartica delle meditazioni create da Osho, o in seguito al lavoro sulle emozioni all'interno dei gruppi nella sua comune, è stato notato che i partecipanti avvertivano regolarmente un senso di leggerezza e un'espansione che permetteva loro di entrare più facilmente in uno spazio di disidentificazione. “Sedersi ed osservare” divenne così associato ad uno stato di rilassamento, piuttosto che alla rinuncia o alla repressione. Col passare degli anni di lavoro e tramite i suoi insegnamenti, I terapisti di Osho hanno integrato, accanto alle tecniche “espressive” iniziali, anche una maggior comprensione dei meccanismi sottili del processo di condizionamento. Attualmente, I metodi usati per sostenere il processo di disidentificazione dalla personalità sono più raffinati, sia a livello fisico che a livello emotivo e mentale. La somma di tutte queste esperienze si è consolidata in quella che attualmente è conosciuta come “Osho spiritual therapy” (terapia spirituale di Osho). Nello stesso tempo, con l'approfondimento della meditazione attorno al maestro, il termine “bambino” è diventato il simbolo dello stato di presenza innocente e incontaminata, che si manifesta nello spazio di disidentificazione dalla mente. In questo modo, il lavoro sull'infanzia è diventato un ponte verso la meditazione: quando il terreno è ripulito dalle incomprensioni e dalle ferite del nostro passato, l'amore verso noi stessi e la valorizzazione della nostra natura originaria ci sostengono nel nostro cammino di ricerca. Poco prima di lasciare il suo corpo, Osho ha creato un processo di “terapia meditativa” chiamato “Born Again”, che significa “Rinato”. Per sette giorni, per un'ora al giorno, i partecipanti possono “fare tutto quello che non hanno potuto fare da bambini”. Nella seconda ora, dopo aver contattato il bambino dentro di loro, i partecipanti si siedono in silenzio ed osservano quello che affiora alla loro consapevolezza. Ciò che avviene in questa fase è una trasformazione immediata dell'energia che si è sprigionata durante la prima ora, sia nel giocare come un bambino che nel rilassarsi come un bebé, in una sorgente di silenzio e di consapevolezza.
ll nostro esperimento:
Dal condizionamento all'essere
Il tema di questo libro è la ripresa di contatto con il bambino, che rappresenta sia il nostro passato che il nostro futuro. Il bambino del passato ha bisogno di essere curato dal suo dolore originario, e il bambino del futuro ha bisogno di riconquistare la sua individualità. Quello che ti offriamo qui non è un insegnamento esclusivo o esoterico. Né proclamiamo di aver raggiunto null'altro che un sincero desiderio ed un profondo impegno a muoverci nella direzione della riscoperta della nostra autenticità. Ci piace semplicemente condividere la nostra esperienza di lavoro, e contribuire in questo modo alla sintesi, che sta accadendo in tutto il mondo, tra la terapia e la meditazione. Il nostro lavoro è un invito a crescere, anziché invecchiare e sparire nella rispettabilità e nella rassegnazione. Attraverso questo metodo, recuperiamo il bambino che è dentro noi. Possiamo imparare ad esserci come adulti, a prenderci responsabilità per il bambino, mettendo in questo modo fine ai meccanismi condizionati che creano in noi separazione e dolore. Considerare se stessi come ancora “bambini in essenza” è un approccio gustoso, ricco e variopinto. Per far questo non è necessario rinunciare ai piaceri del mondo. Ciò che conta è semplicemente diventare sempre più consapevoli di come blocchiamo la nostra vera gioia attraverso compensazioni e sogni, che servono solo a tappare le nostre ferite. Vogliamo ripulire la nostra “casa”, affinché possa entrarvi più luce. Cosí, potremo cominciare a vivere una vita autentica, sia nel nostro essere che nelle nostre azioni. In quello che offriamo, non vogliamo presentare un particolare di stile di vita o un modello specifico di comportamento come chiavi per la trasformazione. Vogliamo semplicemente condividere la gioia che si sprigiona quando ritroviamo in noi il senso di esistere cosí come siamo, di poter rispondere ad ogni situazione con la maturità, l'apertura e il coraggio di essere noi stessi. Ognuno, poi, troverà in questo la sua espressione individuale. Questo senso di esserci come individui è qualcosa che tutti già conosciamo. In un momento di amore o di meditazione, o nell'esplosione della nostra creatività, abbiamo tutti percepito almeno una volta la fragranza del nostro mondo interiore. Questi momenti, in cui ci sentiamo noi stessi nella nostra natura originaria, sono quelli che danno un senso alla nostra vita, e che ci stimolano a ricercare qualcosa in più. Nella nostra ricerca del “più”, siamo tutti messi a confronto con i nostri condizionamenti. E per essere in grado di andare oltre, abbiamo bisogno di liberarci dal peso inutile del passato. In questo modo, possiamo poi vivere la nostra vita nella luce, nella gioia, nell' autenticità, e possiamo entrare indisturbati nella meditazione. Il metodo del Decondizionamento dall'Infanzia ci aiuterà a diventare consapevoli dell'immagine, delle idee e delle sensazioni che abbiamo di noi stessi e degli altri, che riflettono vecchi condizionamenti e precludono la nostra esperienza del presente. Ci aiuterà a smantellare le credenze che ci impediscono di essere disponibili a ciò che la vita ci offre in questo momento.
Diventiamo più veri
Nel nostro lavoro di Decondizionamento dall'Infanzia, prendiamo in considerazione la verità soggettiva del partecipante, anche se con ciò non intendiamo negare la verità oggettiva del suo passato. Questo significa che registriamo le informazioni fattuali che lui ci fornisce, come la sua data di nascita o del primo anno di scuola materna, per quello che sono, ovverosia come ricordi oggettivi. Quando però entriamo nell'area della soggettività, scegliamo di dare più importanza a ciò che egli ha sentito, alla sua verità emotiva. E ciò a volte contraddice quello che altri, che erano con lui, hanno percepito nella stessa situazione. Questa scelta si basa su di una considerazione molto semplice, ovverosia che il materiale necessario per la nostra trasformazione non potrà mai provenire dalla verità soggettiva degli altri. Non possiamo trasformare le emozioni attribuiteci dagli altri, possiamo solo trasformare ció che davvero sentiamo. Solo così, potremo diventare più autentici. Nella parte dell' “evocazione” di questo libro, noi terapisti vi diamo una versione soggettiva del nostro passato. Se chiedessimo ai nostri genitori com'è stato per loro, potremmo trovarci d'accordo sui fatti e sulle date. Ma se essi raccontassero cosa hanno vissuto nelle medesime situazioni che descriviamo in questo libro, la loro versione potrebbe essere molto diversa, forse anche opposta alla nostra. Pertanto, i genitori che incontrerete nella nostra evocazione sono i genitori della nostra soggettività, quelli che abbiamo interiorizzato e che ci portiamo ancora dentro. Per noi, come per tutti, sono questi I genitori con I quali dobbiamo fare I conti interiormente. E proprio questo confronto ci permetterà poi di incontrare I nostri genitori reali per quello che loro sono adesso. Quando ci inoltriamo ancora di più nella nostra verità soggettiva, raggiungiamo un'area dove tocchiamo il livello della verità collettiva. In questa dimensione, al di là dei nostri genitori personali, incontriamo l'archetipo che essi incarnano. Nel profondo, il rapporto con i nostri genitori individuali diventa il rapporto universale di ogni bambino con i genitori. Nello stesso modo in cui attraverso la terapia impariamo a distaccarci dai genitori che abbiamo interiorizzato, attraverso la lettura di miti e leggende impariamo a distanziarci dal principio collettivo del genitore. A questo livello, diventa lampante che separarsi dai genitori è un passo inevitabile nel percorso di crescita di ogni individuo in ogni società. Quando lavoriamo come terapisti con la verità soggettiva del partecipante, mettiamo da parte la nostra soggettività. L'arte e la capacità di un buon terapista risiedono nell'abilità di non interferire nell'andamento di una sessione con la propria storia personale. Inoltre, potrà esserci di aiuto, sia come terapisti che come partecipanti, ricordarci che nel profondo di tutte le nostre esperienze ritroveremo delle verità che sono universali.
Una relazione basata sull'amicizia
All'inizio del movimento psicoanalitico, il terapista doveva imparare innanzitutto a mantenere nel suo rapporto con il paziente una distanza di sicurezza dai propri problemi. Purtroppo, gran parte di questo atteggiamento rifletteva il modello della società patriarcale di quel periodo, nella quale i genitori mantenevano lo stesso atteggiamento di distanza di sicurezza dai propri figli, senza mai mostrare loro quello che realmente sentivano. In quel periodo, la relazione terapista-paziente finì per diventare una copia della relazione genitore-figlio. Il terapista, inoltre, doveva prestare particolare attenzione al transfert, ovverosia alle proiezioni, positive o negative, di autorità da parte del paziente nei suoi confronti. Nel rispecchiare in modo neutrale queste proiezioni di padre o di madre ideali o “cattivi”, il terapista doveva imparare a mantenersi invisibile e al di sopra della situazione. La nostra osservazione è che a questo punto della nostra evoluzione sociale, in cui il modello patriarcale nel mondo sta lentamente perdendo piede, la relazione tra terapista e partecipante può diventare un rapporto di amicizia. Il terapista non deve per forza presentare al partecipante un'immagine ideale, irraggiungibile. È sufficiente che egli offra la sua capacità professionale e la sua esperienza, ammettendone al tempo stesso I limiti, e riconoscendo apertamente che il lavoro si sta svolgendo tra due esseri uguali. Ciò non elimina il transfert di cui abbiamo parlato sopra, ma di sicuro crea un'atmosfera di maggior rilassamento, in cui il terapista può far notare al partecipante le sue proiezioni, senza dover rimanere costantemente all'erta per non caderci dentro. È inevitabile che il partecipante passi attraverso questo stadio, a causa delle sue ferite narcisistiche (il non essersi sentito amato e riconosciuto dai propri genitori), ma il terapista può affrontare questo problema con compassione e humor, e con la consapevolezza dei propri limiti. Dopo tutto, questo è un tema che tocca anche il terapista, che deve imparare a riconoscere in che misura egli stesso stia cercando di soddisfare i propri bisogni narcisistici attraverso il suo rapporto con il partecipante. D'altra parte, tutto questo non significa che il terapista possa invadere il partecipante con i suoi propri problemi irrisolti. è importante stare attenti a non sostituire l'atteggiamento patriarcale con la mancanza di limiti. Quando dichiariamo apertamente al partecipante che anche noi siamo esseri umani e che anche noi stiamo curando il bambino ferito che è dentro di noi, gli diamo il sostegno di cui ha bisogno, e confermiamo ciò che sente. Invece di rimanere attanagliati dal vecchio timore che, a causa di questo, il legame tra terapista e partecipante non funzionerà, ci renderemo conto con gran sollievo che questo legame si può sviluppare su una base reale. Nel vederci per quello che siamo, il partecipante riconoscerà più facilmente che ciò che conta è iniziare a prendersi cura si sé, proprio come stiamo facendo anche noi. Naturalmente, al terapista tutto ciò non andrà a genio, se in lui o in lei c'è un desiderio latente di occuparsi del paziente per anni, e di farlo ritornare ad infinitum, lasciandolo sempre in attesa di una soluzione che in realtà non arriverà mai. Ma se invece comprendiamo che il lavoro sull'infanzia è un punto di passaggio necessario per chiunque senta il bisogno di crescere, possiamo gioirne mentre si sta svolgendo, e gioire ancora di più quando il lavoro è giunto a termine. Mentre conducevamo gruppi e davamo sessioni in seno all'esperimento comunitario di Osho, abbiamo avuto la possibilità di vivere l'amicizia tra partecipante e terapista di cui parlavamo sopra, nella sua forma più nutriente per entrambi. Dopo aver lavorato durante il giorno nei differenti ruoli di terapisti e partecipanti, alla sera ci si ritrovava tutti a meditare. Durante questo periodo, lasciavamo da parte I nostri ruoli e ci sedevamo insieme ad occhi chiusi, come compagni di un viaggio interiore. Questa esperienza ha spesso generato nei partecipanti la fiducia e il rilassamento che hanno reso possibile la loro trasformazione. E, per noi come terapisti, ha prodotto la comprensione che il nostro ruolo nel lavoro è simile a quello di chi pianta un seme, che ha poi bisogno di un terreno più ricco per poter germogliare.
