copertina

Dhammapada

la via del Buddha

di Buddha

Prezzo: 15,00 EUR

Acquistalo da: laFeltrinelli.it

Prefazione

Questo libro nasce come una traduzione del Dhammapada, un’opera assai nota, che espone sotto forma di strofe poetiche i concetti fondamentali del buddhismo antico.

Dhammapada significa “parole di Dharma”. Ma che cos’è il Dharma? La parola deriva da una radice linguistica che significa “sostenere” e indica qualcosa di saldo e stabile. Il termine si specializzò per indicare la legge che sostiene l’universo, tanto la legge fisica quanto la legge morale (e quindi la giustizia).

Il Buddha comprese tale ordine cosmico ed espose un insegnamento conforme a esso: perciò anche il suo insegnamento è chiamato Dharma.

Dunque, Dharma è la norma eterna e universale, ma è anche la Legge in cui consiste la lezione del Buddha.

Accanto alla traduzione, che si è cercato di fare il più possibile fedele al testo originale, si troveranno i commenti che spiegano ogni strofa (oppure ogni gruppo di strofe simili).

L’intenzione è quella prendere per mano il lettore, qualunque lettore (purché curioso), anche quello digiuno di buddhismo e di dottrine orientali, per introdurlo all’insegnamento del Buddha ed è proprio attraverso i commenti alle strofe che si illustreranno passo a passo i principi fondamentali del buddhismo primitivo o delle origini, in modo semplice ma rigoroso.

Nel corso dell’opera ci saranno volute ripetizioni dei concetti più importanti perché il lettore li assimili a poco a poco.

Via via, procedendo, i commenti si faranno più agili e snelli, per cui quel poco di fatica che si incontrerà all’inizio, sarà poi ben remunerata.

In questa prefazione esporremo alcune notizie e i capisaldi teorici indispensabili per comprendere l’opera.

Vita del Buddha

La parola Buddha significa il “Risvegliato” e deriva dalla radice budh- “risvegliarsi”. Si tratta di un titolo che fu attribuito a un uomo che raggiunse la cosiddetta bodhi o illuminazione, una parola che deriva dalla medesima radice.

Il personaggio a cui diamo l’appellativo di Buddha si chiamava Siddhartha ed era un principe. Nacque con tutta probabilità nel 566 a.C. in una località situata fra l’India e il Nepal, presso la città di Kapilavatthu. Suo padre era Shuddhodana, il capo del clan degli Shakya. La leggenda vuole che alla sua nascita i sapienti riscontrassero sul corpo del neonato dei precisi segni fisici che ne preannunciavano la futura grandezza: Siddhartha sarebbe divenuto un monarca universale oppure un grande asceta “conoscitore della verità”. Per questo motivo il padre volle che Siddhartha crescesse nel perfetto isolamento della vita di corte, tra agi, lussi e piaceri, perché non sperimentasse i mali della vita e di conseguenza non maturasse mai il desiderio di darsi alla ricerca spirituale. Ovviamente il re desiderava che il suo erede divenisse un grande sovrano.

Siddhartha si sposò ed ebbe un figlio. Tuttavia, all’età di ventinove anni, in questa sua vita perfetta si insinuò il turbamento. La leggenda narra che Siddhartha manifestasse il desiderio di fare una gita fuori dalla corte allo scopo di visitare i parchi cittadini. Nonostante le precauzioni del re suo padre, Siddhartha lungo il tragitto scorse un vecchio e scoprì per la prima volta che invecchiare è un destino ineluttabile per tutti. Sconvolto, il principe si fece riaccompagnare a corte.

Nel corso di altre due uscite, Siddhartha vide un malato e infine un morto. La scoperta traumatica che l’essere umano è necessariamente soggetto alla vecchiaia, alla malattia e alla morte gli fece concepire un totale disgusto per la vita di piaceri fino allora condotta, tanto che decise di votarsi interamente alla ricerca di un rimedio a questi mali. Fuggito nottetempo dalla corte, Siddhartha in primo luogo si recò presso due famosi brahmani, dei quali apprese gli insegnamenti. In breve tempo fece straordinari progressi nelle tecniche yoga, ma si rese presto conto che questa via non permetteva comunque di risolvere il destino di dolore a cui è soggetto l’essere umano. Per questo motivo, decise di ricercare da solo, senza maestri e insieme a cinque compagni si ritirò in una foresta praticando una rigidissima ascesi, fatta di digiuno e macerazione fisica.

Ma dopo sei anni di questa vita, Siddhartha non solo non aveva trovato né la verità né la liberazione dal dolore, ma stava quasi per morire di stenti. Fu allora che si rese conto che quella da seguire era in realtà la Via di Mezzo, una vita semplice e sobria intermedia fra gli opposti eccessi di abbandonarsi ai piaceri e di una severa, quanto distruttiva, ascesi: entrambi infatti ostacolano la ricerca della liberazione. Siddhartha accettò allora l’offerta di cibo della giovane Sujata e si immerse nelle acque di un fiume per lavarsi, cosa che deluse i cinque compagni di ascesi che non compresero il gesto e credettero semplicemente che Siddhartha si fosse arreso.

Nuovamente in possesso delle forze, Siddhartha si recò a Gaya e si sedette sotto una grande pianta di ficus religiosa. Si immerse allora in una profonda meditazione che durò tutta la notte. Il frutto di questa lunga notte fu l’illuminazione (la bodhi): Siddhartha conseguì la chiara conoscenza del processo per cui gli esseri sono condannati alla sofferenza e del modo per liberarli da questa sofferenza. Da questo momento egli divenne il Buddha, il Risvegliato.

Una volta raggiunta l’illuminazione, il Buddha si chiese se dovesse condividere il frutto della sua personale esperienza ed esitò. Tuttavia, alla fine decise di divulgare la via di salvezza che aveva scoperto e lo fece solo in virtù dell’amore e della compassione che provava verso tutte le creature sofferenti.

Il suo primo discorso di insegnamento fu chiamato “La messa in moto della ruota della Legge” (noto anche come “Sermone di Benares”) e fu rivolto ai cinque ex compagni di ascesi. Costoro, colpiti dalla profonda verità delle parole del Buddha, vollero divenire subito suoi discepoli: nacque così l’Ordine buddhista.

Il Buddha passò il resto della sua vita viaggiando e predicando. La comunità monastica da lui fondata crebbe progressivamente e a questa si affiancò anche un gran numero di seguaci laici che si impegnavano a sostenere materialmente i monaci. I monaci, infatti, rinunciando a ogni possesso, si dedicavano allo studio e alla pratica della meditazione, mendicando le offerte di cibo che costituivano il loro unico pasto quotidiano.

Nel 486 a.C. il Buddha aveva ormai ottant’anni. Le sue condizioni fisiche si aggravarono in seguito all’aver mangiato – pare – della carne guasta (oppure funghi velenosi), un’offerta di cibo fattagli da un fabbro di nome Cunda, che egli accettò perché non dovessero mangiarla i suoi confratelli. Presso la città di Kusinara, il Buddha si adagiò su un giaciglio in perfetta consapevolezza e in una posizione simbolica, steso sul lato destro con il capo rivolto a nord. Dopo aver pronunciato le ultime esortazioni ai suoi monaci, si immerse nella meditazione profonda e spirò, raggiungendo così il “nirvana definitivo”.

Caste, karma e samsara

Per capire l’insegnamento del Buddha è indispensabile spiegare brevemente quale fosse il contesto sociale, culturale e religioso dei suoi tempi.

La società in cui nacque Siddhartha era divisa in caste, gruppi rigidamente chiusi a cui si apparteneva per nascita. La casta superiore era quella dei brahmani, ossia dei sacerdoti; la seconda era quella dei guerrieri, cui apparteneva anche Siddhartha; la terza, era quella del popolo (contadini e allevatori). Appartenevano a queste prime tre caste, con tutta probabilità, i discendenti dei gruppi indoeuropei che in tempi antichissimi avevano invaso l’India. Le popolazioni sottomesse, confluirono nell’ultima casta, quella dei servi, che erano esclusi in una certa misura dalla partecipazione religiosa. Ancora più triste era la sorte dei fuori casta o intoccabili, considerati esseri impuri e contaminanti.

La religione ufficiale ai tempi del Buddha aveva come testi sacri gli antichissimi Veda, che venivano tramandati oralmente in seno alla casta dei brahmani. La religione vedica prevedeva l’esistenza di un gran numero di divinità a cui venivano offerti i sacrifici. Un sacrificio correttamente eseguito dai brahmani garantiva il conseguimento di ogni desiderio umano (ricchezza, figli maschi, vittoria sui nemici).

Tuttavia, questo tipo di religiosità finì per evolversi in senso spiccatamente ritualistico: la pratica del sacrificio divenne l’aspetto preminente e si accompagnò a una filosofia che dava del sacrificio stesso un’interpretazione fortemente simbolica. L’eccessivo formalismo di questa fase portò a un vicolo cieco la spiritualità e suscitò reazioni in campo religioso. Tali reazioni si ebbero in parte nel segno di una continuità con la tradizione vedica, per esempio con le famose Upanishad, testi che spostarono la riflessione dal rituale alla filosofia, affermando l’identità tra lo spirito universale e lo spirito individuale.

Anche l’insegnamento del Buddha fu una reazione, ma nel segno di una profonda rottura: egli rigettò l’autorità dei Veda, i riti e le caste.

Ciò che invece non rigettò ma accolse dalla religiosità precedente fu la dottrina del karma. La parola karma significa “azione” e a volte è anche tradotta come “retribuzione causale”. Secondo la credenza indiana, ogni atto che compiamo genera delle conseguenze, un frutto che maturerà inevitabilmente: tale meccanismo non ha nulla a che vedere con l’idea di punizione o ricompensa divina, ma è del tutto automatico e impersonale. È importante sottolineare che nel buddhismo il karma non indica tanto un atto in sé quanto l’intenzione che lo determina. In altre parole, il frutto matura solo se l’azione è stata compiuta volontariamente: l’azione buona matura in un frutto buono, l’azione cattiva in un frutto cattivo.

L’azione compiuta intenzionalmente genera dunque una sorta di seme karmico, positivo o negativo, che per svilupparsi e dare frutto ha bisogno di determinate condizioni: prima o poi, fatalmente, queste condizioni si presenteranno. Magari non in questa vita, ma di certo in una vita futura. Infatti, sempre secondo la credenza indiana, l’individuo dopo la morte si incarna in un altro essere: se ha accumulato karma positivo, si incarnerà in un essere superiore (in un uomo di casta più elevata o addirittura in una divinità), mentre, se ha accumulato karma negativo, si incarnerà in un essere inferiore (per esempio in un animale).

Il ciclo della reincarnazione prende il nome di samsara, ma questo susseguirsi di nascite morti e rinascite è considerato sostanzialmente una sorte dolorosa.

Le Quattro Nobili Verità

La dottrina delle Quattro Nobili Verità rappresenta il fulcro del buddhismo. Le Quattro Nobili Verità sono: 1) la verità del dolore, 2) la verità dell’origine del dolore, 3) la verità della cessazione del dolore, 4) la verità della via che conduce al superamento del dolore.

Il punto di partenza è il riconoscimento del fatto che tutta la vita è dolore (Prima Nobile Verità). L’esistenza non è un’alternanza di gioia e di dolore, ma è tutta sofferenza perché anche le esperienze apparentemente piacevoli, essendo impermanenti, finiscono per deluderci generando altro dolore.

L’origine del dolore si identifica con la brama che ci incatena al ciclo della reincarnazione, reiterando una vita dopo l’altra e, di conseguenza, il dolore in cui la vita consiste (Seconda Nobile Verità).

Tuttavia, è possibile eliminare la radice della sofferenza: per farlo bisogna sradicare la brama che è il fattore responsabile della continuazione dell’esistenza (Terza Nobile Verità). Lo stato che si consegue è la suprema estinzione, il nirvana.

Nirvana significa letteralmente “spegnimento” e costituisce la fine del doloroso ciclo della reincarnazione, la serie di nascita, morte e rinascita, il samsara. Ciò avviene interrompendo la produzione di karma: l’arresto della produzione di nuovo karma, unito all’esaurimento dei frutti del karma precedente, permette un’estinzione totale del processo di rinascita. Per essere precisi, si distingue un nirvana “in vita”, quando colui che ha raggiunto l’illuminazione non produce più nuovo karma, ma continua a esistere perché il vecchio karma sta ancora fruttificando. Al momento della morte, l’illuminato raggiunge il nirvana “definitivo”: non rinascerà mai più.

Per conseguire il nirvana, bisogna seguire la via che conduce al superamento del dolore ossia il Nobile Ottuplice Sentiero (Quarta Nobile Verità) che è costituito di otto rettitudini: 1) retta visione, 2) retto pensiero, 3) retta parola, 4) retta azione, 5) retto modo di vita, 6) retto sforzo, 7) retta consapevolezza, 8) retto raccoglimento.

Questo sentiero prevede tre forme di attività: innanzitutto un comportamento morale (in ciò consistono la retta parola, la retta azione e il retto modo di vita); poi la pratica della concentrazione e della meditazione (sono il retto sforzo, la retta consapevolezza e il retto raccoglimento) e la conquista della saggezza (la retta visione e il retto pensiero). Queste rettitudini sono ugualmente necessarie e l’ordine in cui sono esposte non indica affatto l’ordine in cui vanno praticate: si devono coltivare tutte anche perché si sostengono a vicenda.

Nel commento delle strofe spiegheremo puntualmente in che cosa consiste ciascuna delle otto rettitudini.

La difficile dottrina della coproduzione condizionata

L’ultimo argomento che dobbiamo spiegare in questa sede è la difficile dottrina nota come “coproduzione condizionata” o paticcasamuppada (sanscrito: pratityasamutpada). Il Buddha la intuì proprio nella notte della sua illuminazione. Tale dottrina vuole rispondere alla domanda sul perché si viva e si vada incontro a dolore e morte. La si può illustrare come una catena circolare di dodici anelli che spiegherebbe perché l’essere senziente nasce e percepisce, invecchia e muore. Il primo fattore della catena è l’ignoranza, l’ultimo è il complesso di vecchiaia-e-morte; nel mezzo si pongono una serie di elementi intermedi che collegano i due: uno degli anelli centrali è la brama. Però tra i diversi fattori non c’è tanto un rapporto di causa-effetto; essi sono piuttosto interdipendenti e in una certa misura simultanei, venendo a formare un processo non lineare ma circolare. Comprendere tale dottrina è indispensabile per liberarsi dal samsara, ma è anche molto arduo. Il Buddha stesso mette in guardia il prediletto discepolo Ananda che si vanta di averla compresa e lo ammonisce dicendo che chi crede di averla capita ma non la capisce è soggetto a “pena, disagio, rovina e rinascita”.

I dodici “anelli” di fattori che si condizionano a vicenda sono: 1) ignoranza, 2) coefficienti, 3) coscienza, 4) nome-e-forma, 5) i sei sensi, 6) il contatto, 7) la sensazione 8) la brama, 9) l’attaccamento, 10) il divenire, 11) la nascita, 12) vecchiaia-e-morte.

Seguendo l’esempio di alcuni testi antichi spiegheremo la coproduzione condizionata ripercorrendola a ritroso.

Vecchiaia-e-morte esistono in quanto esiste la nascita. Questa esiste a sua volta perché c’è il divenire, il flusso continuo di esistenza che coinvolge tutti gli esseri. Il divenire esiste perché c’è l’attaccamento ai piaceri dei sensi, all’esistenza, a ogni cosa. L’attaccamento esiste in quanto condizionato dalla brama, il fattore responsabile dell’origine del dolore secondo la Seconda Nobile Verità. La brama sorge in seguito alla sensazione che nasce dal contatto tra i sei sensi (occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e mente) e i loro rispettivi oggetti. I sei sensi esistono in quanto esiste l’individuo che è un complesso psicofisico. Il Buddha lo chiama nome-e-forma: in particolare con “nome” si indicano i fenomeni psichici dell’individuo (come la sensazione, la nozione, l’intenzione, il contatto e l’attenzione); con “forma” gli elementi terra, acqua, aria e fuoco di cui è fatto il corpo. L’individuo esiste in quanto esiste la coscienza: la coscienza è il fattore da cui, dopo la morte, dipende la ricomposizione degli elementi che formano l’individuo. La coscienza esiste in quanto esistono i coefficienti, cioè le formazioni del karma passato, generato in vite precedenti, che determinano le condizioni dell’esistenza presente. Queste formazioni karmiche esistono perché esiste l’ignoranza. Ma la nozione di ignoranza non è tanto “privazione di conoscenza” quanto piuttosto una visione alterata della realtà che si sostituisce a quella corretta. Avremo modo di approfondire il concetto.

Il senso profondo della dottrina della coproduzione condizionata, al di là della sua difficoltà, è che tutti i fenomeni dell’esistenza sono concatenati e reciprocamente dipendenti, senza che vi sia né una causa prima né una loro autonomia. Il buddhismo, infatti, non ammette il concetto di creazione. L’unica cosa che si sottrae a questo meccanismo di interdipendenza e di condizionamento reciproco è solo il nirvana.

Il Dhammapada

Il Dhammapada è forse l’opera più amata e diffusa della letteratura buddhista e tuttavia è molto difficile stabilirne una data di composizione. Allo stato attuale degli studi, la si fa risalire al III secolo a.C. quando gli insegnamenti del Buddha furono fissati in un Canone. Per alcuni secoli, tuttavia, i più antichi testi buddhisti furono trasmessi solo oralmente: si ebbe una redazione scritta solo nel I secolo a.C.

Il Dhammapada si presenta come un’antologia di 423 strofe: non si sa chi raccolse le strofe e le suddivise nelle sue ventisei sezioni, ma chi lo fece attinse sia a detti attribuiti al Buddha sia a proverbi e massime della saggezza popolare, verosimilmente molto antichi.

Ciascuna delle ventisei sezioni ha un suo titolo, ma il criterio di raggruppamento delle strofe in generale non è tanto tematico quanto mnemonico: spesso le strofe sono accomunate non dall’argomento, ma solo dal fatto che vi ricorre la medesima parola, il che sembrerebbe un accorgimento per facilitare l’apprendimento del testo.

A questo proposito citiamo una curiosità: ancora oggi i novizi dei monasteri buddhisti dello Sri Lanka imparano a memoria il Dhammapada come prova in vista dell’ordinazione.

Forse anche per questa sua natura “orale” il Dhammapada presenta tanti rimandi interni e riprese di parti di strofe e anche di strofe intere. La ripetizione è, peraltro, un tratto caratteristico dei testi buddhisti e conferisce loro un’indubbia solennità.

Ma il Dhammapada deve il suo successo soprattutto al fatto di essere un’opera pregevole che raggiunge momenti di pura, autentica e squisita poesia.

Accanto all’opera originale, già in epoca antica, fiorì una ricca letteratura di commento.

Il commento tradizionale, a sua volta anonimo (e falsamente attribuito a Buddhaghosha, un autore del V secolo d.C.), si chiama Dhammapada Attakatha e racconta le varie occasioni in cui il Buddha avrebbe pronunciato le strofe che formano il Dhammapada. Si tratta di uno strumento molto prezioso per capire l’opera originale, anche se spesso, nello sforzo di spiegare alcune strofe oscure, il commentatore è costretto a interpretare alcuni versi in chiave metaforica, magari ricorrendo a concetti che non appartengono al buddhismo antico ma agli sviluppi filosofici successivi.

Del resto era inevitabile che sfuggisse il senso letterale di alcune strofe composte tanti secoli prima, visto che il commento pare essere alquanto più tardo.

Il Dhammapada, in sostanza, espone i capisaldi dottrinali del buddhismo antico: lo scopo primario è quello di insegnare. Così si spiegano anche il frequentissimo ricorso a immagini e paragoni e i tentativi di interpretazione etimologica di alcune parole importanti.

È però importante fare una precisazione: il Dhammapada, essendo un’opera antica, riflette gli insegnamenti che risalgono al Buddha o comunque al buddhismo delle origini. Dopo il Buddha, il buddhismo conobbe uno sviluppo millenario, in India e fuori dall’India, con l’elaborazione di dottrine e filosofie ricche e affascinanti. Se il lettore avrà l’impressione di leggere nel Dhammapada qualcosa di molto differente (magari dal buddhismo tibetano o dallo zen) ciò è dovuto al fatto che nel corso dei secoli il buddhismo si è trasformato, accogliendo suggestioni spirituali, culturali e rituali di varia provenienza.

Genevienne Pecunia




Dhammapada

Per continuare:

Argomenti: Spiritualità, Religioni.


copertina

I nove colori dell'anima

di Hey David

L'enneagramma è un grafico simbolico: le tracce delle sue origini risalgonoa a oltre due millenni fa. Nel XX secolo è stato utilizzato in campo psicologico per una migliore conoscenza di sé, per prendere coscienza di processi profondi e inconsci »


copertina

Serenità al lavoro

di Carroll Michael

Per molti il lavoro è fonte di insoddisfazione, di frustrazione: impegni e scadenze pressanti, rapporti difficili con colleghi, tutto sembra congiurare per togliere ogni gratificazione all'attività che invece occupa la maggior parte della nostra vita »