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A tu per tu con la paura Nuova edizione

Vincere le proprie paure per imparare ad amare

di Krishnananda e Amana

Prezzo: 16,00 EUR

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Introduzione

Introduzione

Fare amicizia con la paura

“Paura significa una cosa soltanto, abbandonare il conosciuto ed entrare nello sconosciuto. Il coraggio è l'esatto opposto della paura.
Sii sempre pronto ad abbandonare il conosciuto - desideroso di abbandonarlo - senza neppure aspettare che sia giunto a maturazione. Salta semplicemente in qualcosa di nuovo... la sua stessa novità, la sua stessa freschezza è cosi attraente. Allora c'è coraggio...
Quello che conta è la tua scelta, la tua scelta di imparare, la tua scelta di provare un'esperienza, la tua scelta di entrare nell'oscurità...
Il coraggio ti verrà. Basta cominciare con una formula semplice:
Non lasciarti mai sfuggire l'ignoto. Sceglilo sempre e tuffatici a capofitto. Anche se soffri, ne vale la pena - ripaga sempre. Ne esci sempre più adulto, più maturo, più intelligente.”

Osho - From Misery to Enlightenment #9



Questo libro descrive un viaggio - un viaggio dalla co-dipendenza verso l'amore e la meditazione. è un viaggio per uscire dalla paura. È basato sia sul mio processo interiore che sul materiale con cui lavoro nei seminari che conduco, seminari che ho sviluppato insie- me alla mia partner, Vasumati (Sharon Hancock). Ho scoperto che gran parte della mia crescita interiore è maturata lavorando sulle mie paure. Quando prendo in considerazione i principali eventi della mia vita, mi sembra che spesso abbiano avuto a che fare con le mie paure, in un modo o nell'altro - la paura di affermare la mia creatività, la paura delle perdite, la paura del castigo, delle critiche e dei giudizi, la paura del rifiuto e della solitudine, la paura della sopravvivenza, la paura di espormi, la paura del fallimento, del successo, dell'intimità, del confronto, della rabbia, la paura di perdere il controllo. E ogni volta che sono riuscito a muovermi attraverso una paura importante e a rilassarmi, questo ha segnato un nuovo stadio nella scoperta di me stesso.

La paura è un tema centrale con cui tutti abbiamo a che fare nella vita. Quando è negata e non è riconosciuta, viene cacciata negli scantinati della nostra mente, da dove esercita un effetto potente e spesso deviante sulla nostra vita. Nonostante i nostri tentativi di coprirla con ogni sorta di compensazioni e assuefazioni, finché rimane una forza nascosta può causare ansia cronica, sabotare la nostra creatività, renderci rigidi, sospettosi e ossessionati dalla sicurezza, e può annullare i nostri sforzi di trovare l'amore. Ma se facciamo amicizia con la paura, portandola allo scoperto e esplorandola con intensità e compassione, può diventare una forza di trasformazione - aprendo in noi un abisso di vulnerabilità e auto-accettazione.

La paura affligge e spesso domina tutti gli aspetti della nostra vita - come parliamo, come lavoriamo, come mangiamo, come ci poniamo in relazione, come creiamo, persino come respiriamo. é un fattore onnipresente che tentiamo di ignorare, superare o rimuovere. Solo di recente ho riconosciuto quanto profonde fossero le mie paure, quanto lo fossero sempre state. Sapevo di avere molte paure, ma il mio atteggiamento era quello di considerarle come qualcosa che avevo bisogno di superare, altrimenti avrebbero limitato la mia vita e fatto di me un codardo. A quanto ricordo, presi la decisione di non lasciarmi catturare dalle mie paure.

Ho usato la mia determinazione e la mia forza di volontà per spingermi oltre - sempre, naturalmente, in modo molto maschile. Mi sono sforzato di superare l'acrofobia, la paura di esprimere me stesso, la paura di essere solo in mezzo alla natura - era l'approccio “macho”.

Ma niente di tutto questo mi aiutava a entrare un po' più in intimità con me stesso. Stavo scappando dalle mie paure. E questo evitare le paure mi stava separando dalla mia metà morbida, dalla mia vulnerabilità e dalla mia profondità. Questa separazione era evidente nelle mie relazioni. Le mie amanti portavano su di loro la proiezione della mia vulnerabilità ed io le incolpavo per questo, in un modo o nell'altro, di essere troppo “bisognose” o troppo piene di paure. Non ero in contatto con le mie paure più profonde, la mia paura dell'amore e dello smarrimento. Di base, credevo che se appena avessi smesso di investigare nelle mie paure, queste avrebbero preso il sopravvento. In breve, sviluppai uno stile di vita costruito su una compensazione creativa alle mie paure. A scuola lavoravo sodo, mi tenevo impegnato a far cose o a socializzare con gli amici, sfidavo me stesso con at- tività come le arrampicate su roccia, corse di fondo e windsurf, evitavo l'intimità, mi sforzavo in continuazione di migliorare me stesso, correvo da una cosa a un'altra, avevo successo, piacevo, ero sempre in cerca di approvazione e riconoscimenti, e tutto per evitare di sentire la paura e il vuoto dentro di me.

Naturalmente allora non sapevo che stavo correndo a vuoto per sfuggire la paura; pensavo che quel modo di vivere fosse ciò che la vita aveva da offrirmi. Era proprio così. Non ho riconosciuto null'altro come modo di vivere, se non molto più tardi. Fintanto che ero intrappolato in tutta questa compensazione alle paure, non riuscivo ad accorgermi che quello era un modo di vivere profondamente inciso nella cultura occidentale - così profondamente radicato nella cultura che uscirne fuori sembrava quasi impensabile. Mi ci vollero anni e anni di ricerca spirituale per scoprire quanto profondamente fossi intrappolato. Solo molto più tardi riconobbi di essere stato preso da un'inconscia “coping trance” (uno stato di “anestesia” emozionale necessario per fare fronte alla vita di tutti i giorni), per sfuggire la paura così da proteggere un bambino interiore, terrorizzato dal fallimento e dal rifiuto. Anche il mio astrarmi e isolarmi erano una copertura per le paure - le paure di un bambino che è molto spesso è in stato di shock.

Durante gli anni del liceo e dell'università, non avevo mai indagato sulle possibilità che mi venivano vietate dai miei stessi condizionamenti. Mi limitavo a seguire la mia strada cercando di fare meglio che potevo. Ma poi le cose giunsero a un' improvvisa battuta d'arresto. Entrai nella scuola di medicina, subito dopo essermi laureato a Harvard e sul punto di cominciare una carriera da medico. Ma dentro di me sapevo che non avrei potuto continuare. Smisi e mi diressi in California. Stavo saltando giù dal treno. Negli anni a seguire vissi nelle comuni, provai droghe psichedeliche, studiai yoga e meditazione. Mi staccai abbastanza drammaticamente dalla vita che avevo condotto fino a quel momento. Cominciai a riconoscere il fatto che la mia visione della vita era estremamente limitata. Dalla ricerca del successo, la mia attenzione si andava gradualmente spostando verso la ricerca della verità, e cominciai a esplorare le mie paure invece di evitarle. Alla fine tornai alla scuola di medicina e quindi a una specializzazione in psichiatria, ma la mia motivazione, anche nel lavoro che avevo fatto fino a quel momento, proveniva dalla ricerca interiore e dal condividere con gli altri ciò che avevo trovato. Ero affascinato dalla psicologia occidentale, e decidere di diventare uno psichiatra era soltanto uno degli effetti di questo “innamoramento”. Durante la mia specializzazione, fui assegnato a un supervisore, uno psichiatra costretto sulla sedia a rotelle dalla sclerosi multipla, che aveva studiato per molti anni gestalt con Fritz Perls. Fu con lui che iniziai la mia terapia, quattro volte alla settimana per circa un anno. Ripensandoci, deve essere stata una guida interiore a farmi incontrare questo psichiatra. Nel suo lavoro con me, piuttosto che relegarmi in qualche schema diagnostico limitato al formale training psichiatrico, egli riconobbe la validità della mia ricerca della verità. Fu lui a darmi, per la prima volta, una più profonda comprensione di me stesso e del dolore che trattenevo, aiutandomi a capire, partendo dalla mia infanzia, perché tenessi congelate le mie emozioni. Anche quando terminò la nostra relazione terapista-paziente, egli rimase per me una specie di mentore. Mi incoraggiò, infatti, a esplorare e a imparare altre tecniche terapeutiche come la bioenergetica, la gestalt, la primal e il rebirthing, sostenendomi anche quando, a un certo punto, gli dissi che stavo per recarmi in India per verificare i seducenti insegnamenti di un guru.

Per anni saltai da un approccio terapeutico all'altro, ma probabilmente, fra tutte le terapie occidentali, quella che ebbe l'impatto più rilevante su di me fu il lavoro sul bambino interiore e sulla co-dipendenza. Il primo assaggio di questo lavoro mi arrivò con un seminario, riservato agli uomini, tenuto da Robert Bly. Egli parlava di qualcosa chiamato “vergogna” e suggeriva la lettura di un libro scritto da Kershan Kaufman sull'argomento. Vergogna? Era forse qualcosa che aveva a che fare con la morale? Qualcosa che avrei dovuto sentire per tutti i miei peccati? Ascoltando Bly e leggendo quindi il libro, mi resi conto che questa definizione mi portava a comprendere in profondità il senso di indegnità che mi aveva accompagnato per tutta la vita e ne descriveva esattamente il punto di origine. All'esterno convivevo abbastanza bene con la mia vergogna, ma dentro mi ero sempre sentito un fallito. Qualcosa dentro di me, qualcosa di intrinseco, era sbagliato: la vergogna.

Aver fatto conoscenza con la vergogna mi condusse alla seconda grande scoperta legata al lavoro sul bambino interiore: lo shock. Questa scoperta mi sconvolse. Anche lo shock, come la vergogna, definiva una sensazione che mi aveva accompagnato tutta la vita. Avevo sempre pensato che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato in me, dal momento che, sotto pressione, diventavo confuso e inefficiente, come paralizzato. Ora cominciavo a capire che era shock quello che sentivo. Questo spiegava perché, per esempio, da bambino ero timido e pauroso al punto che anche le più piccole cose mi facevano paura. Spiegava perché, più tardi, ai tempi del liceo, continuassi a “bloccarmi” nelle gare contro le altre scuole, sebbene fossi un buon atleta. Facevo dei lisci clamorosi a baseball, nonostante fossi un grande battitore e perdevo partite di tennis con persone che avrei battuto facilmente in un contesto non competitivo. Lo shock inficiava il mio rendimento anche nei test a tempo, che divennero per me le esperienze in assoluto più traumatiche. Qualsiasi tipo di pressione mi rendeva completamente incapace. Lo shock spiegava anche i miei problemi sessuali e perché temessi così tanto il confronto con chi mi metteva in soggezione.

Cominciai a leggere i testi che rappresentavano i capisaldi della co-dipendenza e del bambino interiore (Alice Miller, John Bradshaw, Heinz Kohut, Hal Stone, Pia Melody e altri), e frequentai anche seminari sull'argomento. Stavo incominciando a capire i modi in cui il mio bambino interiore fosse rimasto spaventato durante la mia infanzia, come avessi attinto dalle paure dei miei genitori e della cultura nella quale ero stato allevato, inclusa la paura profondamente connessa con un retaggio ebraico. Tutti noi abbiamo tantissime fonti di paure derivanti dalla nostra personale esperienza durante l'infanzia - le paure derivanti dagli abusi subiti, dalle indegnità e dai traumi sofferti, quelle derivanti dalle paure inespresse e trascurate dei nostri genitori, degli insegnanti e delle figure religiose del nostro passato, le paure attinte dalle paure collettive che ereditiamo con la nostra cultura. Ancora più profonde di queste, sono semplicemente le paure esistenziali connesse con la nostra mortalità. Il lavoro sul bambino interiore mi fornì il vocabolario per capire le mie paure e per renderle plausibili. La gentilezza e la sensibilità del bambino interiore nell'approccio alla terapia mi permisero di contattare dei sentimenti profondi che erano stati sepolti e non si erano mai affacciati con altre forme di terapia. Quando cominciai a condurre seminari sul bambino interiore e a presentarmi davanti alla gente, ero in grado di identificare la mia vergogna, le mie insicurezze, i dubbi e tutte le mie voci interiori negative; ma piuttosto che lasciare che prendessero il sopravvento, mi limitavo a condividerle. Condividere le mie paure è diventato una parte del mio lavoro.

Questo lavoro mi ha anche aiutato a capire come una paura che non sia stata riconosciuta possa contaminare tutte le nostre relazioni intime. La prima volta che sentii parlare di co-dipendenza pensai che la relazione in cui mi trovavo fosse bellissima e che avrei dovuto lavorarci veramente poco. In realtà, senza saperlo, ero profondamente co-dipendente e non sapevo nulla dell'intimità. Il mio modo di pormi in relazione era guidato dalla paura. Ero un custode incosciente e un inaccessibile anti-dipendente, ripetendo gli schemi che avevo visto mettere in pratica nella mia infanzia. Sotto, sotto, ero terrorizzato dall'idea di aprirmi, di essere respinto, di essere visto, di amare. Solo di recente sono stato abbastanza coraggioso da entrare in una relazione che non fosse fatta di fughe, drammi, conflitti o tentativi di cambiare l'altra persona. Aprirmi così tanto mi ha portato a tu per tu con le mie paure più profonde: essere lasciato e stare da solo. È stato quando ho avuto il coraggio di aprirmi che ho visto quanto fossi stato isolato e quanto fossi terrorizzato dall'idea di lasciarmi veramente avvicinare.

A un certo punto, in tutto il mio esplorare le terapie occidentali, cominciai a riconoscerne i limiti. Ero affamato di qualcosa che potesse mostrarmi dei risvolti spirituali più profondi e, naturalmente, rivolsi la mia attenzione alla spiritualità orientale e ai percorsi della meditazione. Per un po' frequentai dei ritiri di Vipassana buddista, in America; ma mancava ancora qualcosa. Avevo letto gli insegnamenti spirituali di un maestro che si trovava in India e avevo sentito narrare del suo ashram. Quelle storie mi interessarono al punto di convincermi a lasciare una promettente pratica di terapista a Laguna Beach, in California, e a volare in India senza pianificare in alcun modo il mio ritorno. Dopo vari spostamenti giunsi in questo ashram e cominciai una storia d'amore che ancora continua.

Quello che trovai, quando incontrai quest'uomo, era un abisso di quiete, grazia e saggezza, completamente differenti da qualsiasi altra cosa avessi mai sperimentato prima. Persino pensare di descrivere il viaggio che ho intrapreso con questa persona va ben aldilà del contesto e dell'oggetto di questo libro, inoltre è molto difficile trovare le parole per descrivere la relazione e i sentimenti che un discepolo prova per il suo maestro. Forse basta dire soltanto che la gratitudine e l'amore che sento per lui sono più grandi di qualsiasi sentimento io abbia mai provato per qualcuno o per qualcosa. Quando sedevo di fronte al mio maestro ho sempre avuto la sensazione di guardare gli occhi di un uomo che non sembrava avere alcuna paura. La sensazione che ho, quando guardo i suoi occhi, è anche più inusuale; mi sembra che dietro di essi non ci sia nessuno. Può darsi che, quando tutte le nostre paure finalmente spariscono, noi ci dissolviamo nell'esistenza e questo è ciò che viene chiamato illuminazione.

La vastità della saggezza che egli ha trasmesso è immensa, ma per me il suo messaggio più significativo è sempre stato quello di vivere la vita in maniera totale, giocando sempre sul filo delle nostre paure, correndo il rischio di avere l'insicurezza e l'incertezza come compagne, e andare sempre più in profondità nella meditazione, come una medicina per tutto ciò che ci affanna. Questi due elementi - il rischio e la meditazione - sono diventati gli strumenti principali che ho usato per esplorare e confrontarmi con le mie paure. Esse sono anche le colonne portanti del lavoro che facciamo nei nostri seminari: entrare in profondità nella paura ma con consapevolezza, compassione e comprensione, avvalorando questi sentimenti e creando uno spazio interiore per darsi il permesso di sentire, di osservare e di accettare. La mia concezione di meditazione non include solo la pratica di chiudere gli occhi e andare dentro se stessi, ma anche il tentativo di rimanere quanto più presente possibile in ogni momento, portando nella propria vita un tratto di profonda accettazione e di sereno distacco. Portando la meditazione a contatto con la paura, sto imparando gradualmente a familiarizzare con le mie paure e, così facendo, imparo qualcosa dell'amore. Io trovo che siano le nostre paure non riconosciute e irrisolte a chiudere il nostro cuore all'amore - l'amore per noi stessi e per gli altri.

Quando la paura non è riconosciuta né affrontata, può causare litigi e persino separazioni, può mutilare la creatività e distruggere l'autostima. Quando non riconosciamo la nostra paura e non l'affrontiamo, lo facciamo inconsciamente e ciò è doloroso e distruttivo per noi e per coloro con cui entriamo in contatto. Una paura irrisolta può anche essere causa di separazione poiché ci fa aggrappare alla convinzione che il mondo sia un posto che non ci ama e non ha cura di noi. A meno che non guariamo da questa sfiducia con gentilezza e accettazione, essa ci lascia questo senso di separazione. E questa separazione ci impedisce di ricevere amore. Provoca rabbia che copre le nostre paure - la paura di perdere il controllo, di non essere considerati, di essere privati dell'amore, la paura di subire danni fisici o di morire. Il nostro dolore per una perdita è spesso celato nella nostra paura dell'abbandono e dell'isolamento. Il nostro viaggio alla scoperta di noi stessi è per molti versi un viaggio attraverso le nostre paure.

In questo libro rivelo talvolta alcune esperienze dolorose della mia infanzia, ma non per gettarne la colpa addosso ai miei genitori, che mi hanno amato e allevato come meglio hanno potuto. Infatti, quando ho finito di scrivere questo libro, ho sentito un grande amore e tanta gratitudine per tutti i doni, l'ispirazione e l'amore che mi hanno dato. Ma, come accade per tutti i genitori, l'incoscienza delle loro ferite non sanate mi ha lasciato altre ferite, che ho dovuto riaprire e far guarire. Se condivido queste mie esperienze è anche per sottolineare l'origine del condizionamento negativo che tutti noi abbiamo ricevuto. Il processo che ho seguito è stato un viaggio - prima per uscire dal rifiuto e dalla delusione di avere avuto una “buona infanzia”, quindi entrando nella rabbia e nell'angoscia per il dolore che il mio bambino interiore ha dovuto attraversare, giungendo infine a un certo distacco, a una visione corretta e a un senso di gratitudine. Il lavoro che ho fatto mi messo in condizione di riconnettermi con i miei genitori, in un modo del tutto nuovo ed appagante. Nel libro mi sono focalizzato soprattutto sul ruolo giocato dalla paura nelle relazioni, perché trovo che la relazione sia uno degli insegnanti più importanti che abbiamo. Tutti abbiamo fame d'amore. I miei sforzi di avvicinarmi a un'altra persona sono stati i momenti del mio viaggio in cui ho potuto conoscere più intimamente le mie paure.

Mi capita anche di condividere, qua e là durante il libro, l'ispirazione che ho ricevuto dal mio maestro spirituale, il quale mi ha insegnato, fra le altre cose, il dono della meditazione e della celebrazione della vita. Il termine “la grande storia d'amore” è stato usato nella tradizione Zen per descrivere la relazione fra il maestro e il discepolo. è la descrizione di un processo di apprendimento: imparare a fidarsi di un maestro spirituale è imparare a fidarsi della vita. Non faccio fatica a riconoscere che questa è stata una parte molto vasta del mio viaggio attraverso le mie paure. Durante il percorso vi proporrò anche degli esercizi e delle meditazioni guidate, in modo che possiate integrare il mio contributo con le vostre esperienze di vita. Le questioni che io tratto sono questioni che affliggono profondamente ognuno di noi, e anche se siamo tutti individui differenti, alcuni temi di fondo ci accomunano. E forse, in fondo in fondo, stiamo tutti cercando la stessa cosa: la capacità di accettarci e amarci, così come siamo.

Mi ricordo che agli inizi del mio training di formazione in psichiatria, uno dei primi giorni nell'ospedale, notai una donna che strisciava lungo il pavimento dell'ambulatorio. Lessi il nome sulla sua cartella, la raggiunsi e le chiesi: “Cosa stai facendo, Mary?”. Lei sollevò la testa per guardarmi e, abbastanza onestamente, mi rispose: “Sto facendo tutto il mio meglio.”

Non potei aggiungere altro.




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