copertina

Il risveglio della mente globale

dalla società dell'informazione all'era della coscienza

di Peter Russel

Prezzo: 16,53 EUR

Acquistalo da: laFeltrinelli.it

Introduzione

Introduzione alla Seconda Edizione

Scrissi la prima edizione di The Global Brain durante gli ultimi anni settanta e i primi anni ottanta, e nella decade successiva sono accadute molte cose. La tecnologia è balzata in avanti a una velocità senza precedenti - specialmente nei campi dell’elaborazione di informazione e delle telecomunicazioni. Termini come “Internet” e “superautostrada dell’informazione”, che sono oggi nel linguaggio comune, erano assolutamente inauditi dieci anni fa, come lo erano fax, modem e computer portatili. Riesaminando la versione originale del libro, fui sollevato nel trovare che le mie previsioni in quest’area si erano in linea di massima avverate, ma i dati sui quali avevo basato tali previsioni erano chiaramente superati. Anche solo per questo, era necessaria una nuova edizione.

Oltre a trattare il fiorire della rete d’informazione globale, Il Risveglio della Mente Globale parla del cambiamento sociale e personale, e molto è cambiato anche in questi settori. Abbiamo visto la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo di stile Sovietico, che hanno provocato riallineamenti politici e commerciali di grande rilievo. Durante lo stesso periodo vi è stata una crescente presa di coscienza di quanto reale sia la minaccia che stiamo ponendo al nostro stesso ambiente e un risveglio rispetto al fatto che siamo un solo popolo che vive su un pianeta, con un comune destino. Anche rispetto a questi argomenti il libro andava aggiornato.

Il sistema nervoso globale cresce

Un simbolo per me memorabile della crescente consapevolezza planetaria fu il Live Aid Concert nel 1985. Spronate dall’orrore per la fame e per la miseria che affliggeva i propri simili, un miliardo di persone in tutto il mondo guardarono simultaneamente un concerto che si svolgeva da una parte all’altra del pianeta. Nel bel mezzo, una mosca camminò sul mio schermo televisivo. Nell’osservare la mosca, pensai a come fosse probabilmente consapevole soltanto della porzione di colore sotto le sue zampe. Non aveva idea della figura creata dai milioni di puntini sul mio schermo. Mi resi allora conto di essere soltanto una mosca sullo schermo di una teletrasmissione planetaria, consapevole solo di me stesso e dell’immagine di fronte a me. Chissà quale immagine si stava creando attraverso il miliardo di altre menti sintonizzate sullo stesso input? La televisione ha ravvicinato il mondo in altri modi. Cineprese portatili a Karachi possono trasmettere avvenimenti a satelliti ventiduemila miglia al di sopra dell’equatore, che li forniscono a studi televisivi intorno al globo, dove vengono editati, elaborati e teletrasmessi in diretta nel resto del mondo. L’obiettivo della videocamera portatile è divenuto l’occhio del “cervello globale”.

Questa capacità di feedback sociale immediato ha giocato un ruolo significativo nell’accelerare il passo del cambiamento. La rivoluzione Rumena nel Dicembre 1989, che sembrava affrettarsi alla conclusione in tempo per la nuova decade, fu in sostanza una rivoluzione tramite televisione. I capi della rivoluzione avevano un canale di comunicazione diretto con il popolo, che a sua volta poteva osservare le notizie mentre le creava. Senza questo feedback immediato, la rivoluzione sarebbe potuta durare molto più a lungo o poteva non verificarsi affatto.

Non vi è luogo in cui il nostro ritmo di cambiamento incalzante sia riflesso più chiaramente che nella quantità crescente di teletrasmissioni dedicate al cambiamento stesso - ad esempio i “Telegiornali”. Vent’anni fa, avevamo bollettini di quindici minuti, forse due volte durante la serata. Negli anni ottanta ci siamo abituati a notiziari di un’ora su tutti i programmi - a colazione e a pranzo, oltre che la sera. “I notiziari, sono la nostra area di programmazione in più veloce espansione”, ha recentemente affermato Marmaduke Hussey, presidente della BBC. Negli USA, interi canali televisivi sono dedicati ai notiziari. Ted Turner, l’indiscusso capo di questa tendenza, ha istituito il suo canale di notiziari CNN, 24 ore su 24, su cinque satelliti intorno al globo. Ora, chiunque, dovunque, può sintonizzarsi sui notiziari in qualsiasi momento - e altri grandi industriali dei mezzi di comunicazione sono all’inseguimento.

La televisione via satellite non è stata l’unico fattore a monte della crescente globalizzazione. Telefoni mobili, fax e reti di computer, tutte tecnologie agli albori dieci anni fa, oggigiorno per molte persone sono articoli casalinghi che ci offrono immediato accesso reciproco, dovunque ci troviamo. Questa crescente facilità di comunicazione ha avuto il suo impatto in eventi mondiali. Durante la rivolta di Piazza Tiananmen in Cina, nella primavera del 1989, gli studenti usarono i fax dell’università per comunicare fra di loro e trasmisero informazioni ai colleghi intorno al mondo, che a loro volta rinviarono via fax i propri rapporti. Il controllo delle notizie da parte del potere era divenuto un compito molto più arduo.

Anche le fibre nervose della rete globale hanno continuato a svilupparsi rapidamente. Ora vi sono nel mondo più di novecentomila telefoni: circa diciassette ogni cento persone sulla Terra. Forse non sono distribuiti equamente - la Svezia ne ha sessantaquattro ogni cento persone, gli USA ne hanno cinquantuno ogni cento persone, l’Europa ventidue, il Sud America sei e Africa e Cina soltanto uno ogni cento - comunque, in tutte le nazioni, il numero è in costante ascesa. Al momento in cui leggerete questi dati, avrà probabilmente raggiunto il miliardo.

Consapevolezza planetaria

Gli anni ottanta furono anche gli anni in cui le condizioni ambientali fecero notizia. Per due decadi, un piccolo ma crescente gruppo di persone aveva espresso la propria preoccupazione per il danno che il genere umano stava causando all’ambiente e ai potenziali disastri che ne sarebbero derivati. Eppure erano spesso sottovalutate perché ritenute “eccessivamente allarmiste” - o altrimenti semplicemente ignorate. Per quanto riguardava i mezzi di comunicazione, l’ambiente era solo l’interesse di una minoranza.

Ma durante l’estate del 1988, campane d’allarme globali suonarono forte e chiaro. Ora i notiziari erano colmi di storie di delfini che morivano a migliaia, rifiuti letali ributtati a riva, buchi nello strato di ozono, riscaldamento globale, disastri nei raccolti, laghi avvelenati, alberi morenti e foreste incendiate. La mente globale aveva preso consapevolezza del proprio corpo.

Ora, mentre attraversiamo la decade finale di questo millennio, sta diventando sempre più chiaro che i problemi ambientali non possono più essere ignorati. Essi pongono la minaccia più grave che l’umanità abbia sperimentato, e se non dovessero ricevere l’adeguata attenzione, potrebbero annientare ogni nostro progetto per una festa di Nuovo Millennio.

Ciò che è più significativo è che non sono soltanto gli individui a rendersi conto dell’urgenza. Ci si sta rendendo conto che l’industria deve spostare il proprio obiettivo dalla crescita economica a fine di lucro all’etica di uno sviluppo sostenibile, in cui al “capitale ambientale” come terreno, foresta, acque sotterranee e di superficie viene dato lo stesso peso che al capitale finanziario. Un numero crescente di dirigenti aziendali riconosce che, se vi sarà un mondo in cui il commercio possa continuare a essere operativo, dovrà essere attento alla propria ecologia. Dovrebbe iniziare a considerare se stesso e l’ambiente come un unico sistema, un laccio chiuso entro il quale alla fine tutto viene riciclato. Con questa prospettiva, il valore di un’impresa è misurato non solo in termini finanziari ma anche in ragione del lasciare o meno la Terra nello stesso buono stato nel quale era stata trovata.

La crisi della consapevolezza

Per quanto valore i modelli economici sostenibili possano avere nel ridurre il danno ecologico, essi non saranno sufficienti, da soli, ad affrontare le sfide future. I cambiamenti necessari vanno molto più in profondità. Per poter sviluppare un’attitudine di cura verso il mondo, dobbiamo produrre un nuovo modello di noi stessi, un nuovo senso di chi siamo e cosa vogliamo veramente. Dobbiamo andare al di là della percezione limitata che vede soddisfazione soltanto nelle gioie che possono derivare dal mondo che ci circonda.

Dobbiamo arrivare a valutare il nostro sviluppo interiore quanto, se non più, di quello materiale. In altre parole, abbiamo bisogno di un cambiamento di attitudine, un cambiamento di cuore.

Recentemente, alcuni leader politici hanno esaltato l’importanza di un tale cambiamento di coscienza. Ad esempio, Vaclav Havel, ex presidente della Cecoslovacchia, parlando a un incontro congiunto di Senato e Congresso Americani nel Febbraio 1990, ha detto che ventun’anni di repressione gli avevano dato una certezza:

«La consapevolezza precede l’essere, e non viceversa come asseriscono i marxisti. Per questa ragione, la salvezza di questo mondo umano dimora unicamente nel cuore degli uomini, nel potere umano di riflettere, nell’umiltà umana e nella responsabilità umana.»

E ha concluso dicendo:

«Senza una rivoluzione globale nella sfera della consapevolezza umana, niente cambierà per il meglio nella sfera del nostra esistenza come esseri umani, e la catastrofe verso la quale il mondo si sta dirigendo - il crollo ecologico, socialdemografico o della civilizzazione in generale - saranno inevitabili.»

Forse la domanda più importante che l’umanità deve rivolgersi è se questa tendenza verso il risveglio interiore stia crescendo abbastanza velocemente. I valori dominanti sono di gran lunga quelli che nascono dal bisogno di sostenere e difendere il nostro senso egocentrico d’identità. Sappiamo, ad esempio, che il fumo di scappamento dei veicoli automobilistici è uno dei maggiori fattori che contribuiscono all’effetto serra, le cui ripercussioni minacciano seriamente il futuro della civiltà umana. Eppure, poche persone, sono disposte a rinunciare al lusso di un’automobile - in effetti, la vendita di automobili è ancora in crescita. È chiaro che la distruzione dello strato di ozono pone una minaccia ancora maggiore, non solo per noi, ma per tutta la vita sulla Terra. Nonostante noi stiamo limitando la produzione di clorofluorocarburi (CFC), altre sostanze ugualmente pericolose sono ancora prodotte, usate e disperse nell’atmosfera, con il pretesto che “non esistono sostituti soddisfacenti sul mercato”. Nel frattempo, i governi sono riluttanti nell’imporre alle industrie controlli più rigidi sull’inquinamento, per timore di perderne il sostegno, e di conseguenza il proprio potere. Sembrerebbe che l’umanità sia intrappolata in un conflitto fra i propri bisogni autogenerati di sicurezza, approvazione e potere, e il bisogno di comportarsi in modo da favorire la vita ed essere in armonia con l’ambiente.

Gran parte della colpa di questa attitudine egocentrica è attribuita al nostro amore per il denaro. Ma questa non è la radice del problema; è solo il sintomo di una questione più profonda. Ciò che sta alla base è il nostro benessere interiore. Dietro ogni cosa che facciamo, vi è la credenza che ci porterà, in un modo o nell’altro, a una maggiore soddisfazione, realizzazione, felicità o pace mentale. Niente è sbagliato nel cercare la felicità o la pace mentale.

È la motivazione naturale alla base di ogni nostro pensiero e azione. L’errore sta nel presupporre che il nostro essere in pace o meno dipenda da ciò che accade intorno a noi. Ecco perché diamo tanto valore al denaro. Esso ci dà il potere di cambiare la nostra esperienza. Ci compra sicurezza, riconoscimento, stimolo o qualsiasi altra cosa pensiamo di aver bisogno. E noi crediamo che se questi bisogni fossero soddisfatti, noi stessi saremmo soddisfatti. Eppure, troppo spesso, scopriamo che la nostra salvezza è temporanea. Presto questi bisogni insorgono nuovamente e siamo spinti a sfruttare il mondo un’altra volta, all’inseguimento della pace interiore.

Questo attaccamento al mondo materiale come sorgente primaria di felicità sta alla base di gran parte delle follie che l’umanità commette nel mondo. È questo che ci porta a consumare risorse di cui non necessitiamo, a trattare altre persone come fossero elementi di un’equazione, a scaricare i nostri rifiuti dove non si vedono e a maltrattare e abusare dei nostri stessi corpi.

Eppure, la nostra cultura continua a comunicarci che questo attaccamento non è solo normale, ma corretto. Gran parte della nostra istruzione è focalizzata sul conoscere le vie del mondo, così da usarlo al meglio per i nostri scopi. Il diluvio giornaliero fornito da televisione, radio, quotidiani, riviste e manifesti pubblicitari rinforza la credenza che la felicità derivi da ciò che facciamo o possediamo. Dovunque rivolgiamo la nostra attenzione, riceviamo conferma che il benessere esteriore determina il benessere interiore. Siamo stati in effetti ipnotizzati nell’accettare che questo lato esteriore dell’equazione sia tutto. Come scrisse Ralph Waldo Emerson più di cent’anni fa nel suo saggio Self-Radiance:

«La società, ovunque, è in cospirazione contro la natura umana di ognuno dei suoi membri. La collettività è una società per azioni i cui membri si accordano per assicurare a ogni azionista la migliore salvaguardia del proprio pane in cambio della sua cultura e libertà.»

La sfida di fronte a noi

Se dobbiamo smettere di abusare del nostro mondo, è necessario che abbandoniamo i nostri attaccamenti. Ciò non significa, come la gente spesso suppone, essere distaccati, il che implica autocompiacimento e noncuranza e, per alcuni, vivere senza comodità e benessere materiale, ma semplicemente non-attaccamento. Il benessere materiale e le comodità vengono valutati per quello che sono, ma non vengono visti come la sorgente primaria o unica del nostro benessere interiore. In uno stato di non attaccamento, non crediamo più che ciò che abbiamo o facciamo possa procurarci la pace che cerchiamo. Di conseguenza, siamo liberi di prenderci cura in modo più totale di altre persone e di tutti gli esseri viventi.

Perciò, la lotta più importante in questo stadio cruciale della nostra evoluzione non è la lotta contro la fame, l’inflazione, l’inquinamento o i governi corrotti. Ognuna di esse è importante e non può essere allentata. Non sarà comunque possibile vincerle, finché non avremo anche vinto la battaglia dentro di noi: la lotta fra il nostro modo egocentrico di pensare e la conoscenza interiore del fatto che la vita è ben più che gratificare i bisogni del nostro ego.

La saggezza di base già esiste. È nelle tradizioni spirituali di tutte le culture; è stata espressa chiaramente da saggi e santi di tutti i tempi; è dentro ognuno di noi. È la verità che tutti conosciamo nel nostro profondo. La questione è: come far uso di questa saggezza? Possiamo viverla, piuttosto che parlarne soltanto? Può penetrare le nostre menti e i nostri cuori, dandoci la capacità di metterla in pratica? Questa è la vera sfida di fronte a noi, mentre entriamo nel prossimo millennio.

Una prospettiva ottimista?

Nel passare degli anni, molte persone mi hanno avvicinato per dirmi quanto trovino il mio ottimismo piacevole. Questo mi sorprende. Non mi considero un ottimista nel senso che credo che tutto andrà bene. Né sono un pessimista. Credo che stiamo attraversando il momento più eccitante, più provocatorio, più pericoloso di cui l’umanità abbia mai fatto esperienza. In verità, potrebbe essere la più grande sfida che il pianeta stesso abbia mai sperimentato. E l’esito è alquanto incerto. Se l’umanità non apre gli occhi rapidamente, è probabile che la fase attuale della civiltà umana incontri una fine triste e dolorosa.

Vi sono coloro che credono sia già troppo tardi. Potremmo avere già provocato danni irreversibili all’ambiente, ed è solo questione di tempo perché si inizino a soffrirne le tragiche conseguenze. Alcuni sostengono che l’apatia dei sistemi di governo sia tale che, se anche fosse possibile sviare il disastro, i cambiamenti appropriati non verrebbero effettuati in tempo.

Mentre esistono chiaramente motivi per tale pessimismo, non dobbiamo dimenticare che qualcosa di totalmente inaspettato potrebbe cambiare tutte le previsioni. Quasi nessuno aveva previsto il drammatico cambiamento di svolta nell’Europa dell’Est durante gli ultimi mesi del 1989. Coloro che avevano captato la possibilità di tali cambiamenti li prevedevano da cinque a quindici anni più avanti. Anche adesso nessuno sa dove porteranno. Il mondo, di conseguenza, potrebbe diventare più stabile, o cadere in un tumulto ancora maggiore. Si saprà col tempo.

Siamo entrati nell’Era non della profezia e della predizione, ma dell’imprevisto. Potremmo trovarci dinanzi a molti altri mutamenti politici inaspettati, imprevisti mutamenti economici, imprevisti disastri, inaspettati mutamenti climatici, imprevisti cambiamenti nel pensiero, inaspettate scoperte, imprevisti mutamenti d’opinione fra i nostri leader, e possibilmente, cambiamenti così inattesi da non potere nemmeno immaginare quali. Inoltre, essendo il passo del tempo in continuo crescendo, l’imprevisto sopraggiungerà sempre più rapidamente.

Non possiamo pianificare come affrontare l’imprevisto, ma ci possiamo preparare. Possiamo sviluppare una maggiore stabilità interiore, cosicché l’imprevisto non desti le nostre paure e ci confonda troppo facilmente; e possiamo favorire una maggiore flessibilità interiore, in modo da saper rispondere ai cambiamenti con presenza di spirito, piuttosto che attraverso gli schemi del passato.

Poi, man mano che inizieremo ad acquistare una maggiore stabilità interiore e serenità in questo mondo incostante, troveremo forse il coraggio di esprimere i nostri valori più profondi e usare la tecnologia per creare il mondo che vogliamo veramente. Forse allora il cervello globale potrà sviluppare un cuore globale.

Peter Russell, Londra, 1994




copertina

LSD Il mio bambino difficile

di Albert Hofmann

Sebbene l'LSD abbia già compiuto mezzo secolo, è dominante tuttora presso l'opinione pubblica un'idea errata circa questo principio attivo psicotropo. Questo libro contribuisce a fare chiarezza »


copertina

Tutto è uno

di Talbot

Una straordinaria nuova teoria della realtà che chiarisce le capacità paranormali della mente, le ultime frontiere della fisica e gli enigmi insoluti della psicosomatica »