Il risveglio della mente globale
dalla società dell'informazione all'era della coscienza
di Peter Russel
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Introduzione
Introduzione alla Seconda Edizione
Scrissi la prima edizione di The
Global Brain durante gli ultimi anni settanta e i
primi anni ottanta, e nella decade successiva sono
accadute molte cose. La tecnologia è balzata
in avanti a una velocità senza precedenti -
specialmente nei campi dell’elaborazione di
informazione e delle telecomunicazioni. Termini
come “Internet”
e “superautostrada
dell’informazione”, che sono oggi nel
linguaggio comune, erano assolutamente inauditi
dieci anni fa, come lo erano fax, modem e computer
portatili. Riesaminando la versione originale del
libro, fui sollevato nel trovare che le mie
previsioni in quest’area si erano in linea di
massima avverate, ma i dati sui quali avevo basato
tali previsioni erano chiaramente superati. Anche
solo per questo, era necessaria una nuova
edizione.
Oltre a trattare il fiorire della rete
d’informazione globale, Il Risveglio della
Mente Globale parla del cambiamento sociale e
personale, e molto è cambiato anche in questi
settori. Abbiamo visto la caduta del Muro di
Berlino e la fine del comunismo di stile Sovietico,
che hanno provocato riallineamenti politici e
commerciali di grande rilievo. Durante lo stesso
periodo vi è stata una crescente presa di
coscienza di quanto reale sia la minaccia che
stiamo ponendo al nostro stesso ambiente e un
risveglio rispetto al fatto che siamo un solo
popolo che vive su un pianeta, con un comune
destino. Anche rispetto a questi argomenti il libro
andava aggiornato.
Il sistema nervoso globale cresce
Un simbolo per me memorabile della crescente
consapevolezza planetaria fu il Live Aid Concert
nel 1985. Spronate dall’orrore per la fame e
per la miseria che affliggeva i propri simili, un
miliardo di persone in tutto il mondo guardarono
simultaneamente un concerto che si svolgeva da una
parte all’altra del pianeta. Nel bel mezzo,
una mosca camminò sul mio schermo televisivo.
Nell’osservare la mosca, pensai a come fosse
probabilmente consapevole soltanto della porzione
di colore sotto le sue zampe. Non aveva idea della
figura creata dai milioni di puntini sul mio
schermo. Mi resi allora conto di essere soltanto
una mosca sullo schermo di una teletrasmissione
planetaria, consapevole solo di me stesso e
dell’immagine di fronte a me. Chissà
quale immagine si stava creando attraverso il
miliardo di altre menti sintonizzate sullo stesso
input? La televisione ha ravvicinato il mondo in
altri modi. Cineprese portatili a Karachi possono
trasmettere avvenimenti a satelliti ventiduemila
miglia al di sopra dell’equatore, che li
forniscono a studi televisivi intorno al globo,
dove vengono editati, elaborati e teletrasmessi in
diretta nel resto del mondo. L’obiettivo
della videocamera portatile è divenuto
l’occhio del “cervello globale”.
Questa capacità di feedback sociale immediato
ha giocato un ruolo significativo
nell’accelerare il passo del cambiamento. La
rivoluzione Rumena nel Dicembre 1989, che sembrava
affrettarsi alla conclusione in tempo per la nuova
decade, fu in sostanza una rivoluzione tramite
televisione. I capi della rivoluzione avevano un
canale di comunicazione diretto con il popolo, che
a sua volta poteva osservare le notizie mentre le
creava. Senza questo feedback immediato, la
rivoluzione sarebbe potuta durare molto più a
lungo o poteva non verificarsi affatto.
Non vi è luogo in cui il nostro ritmo di
cambiamento incalzante sia riflesso più
chiaramente che nella quantità crescente di
teletrasmissioni dedicate al cambiamento stesso -
ad esempio i “Telegiornali”. Vent’anni fa,
avevamo bollettini di quindici minuti, forse due
volte durante la serata. Negli anni ottanta ci
siamo abituati a notiziari di un’ora su tutti
i programmi - a colazione e a pranzo, oltre che la
sera. “I notiziari, sono la nostra area di
programmazione in più veloce espansione”, ha
recentemente affermato Marmaduke Hussey, presidente
della BBC. Negli USA, interi canali televisivi sono
dedicati ai notiziari. Ted Turner,
l’indiscusso capo di questa tendenza, ha
istituito il suo canale di notiziari CNN, 24 ore su
24, su cinque satelliti intorno al globo. Ora,
chiunque, dovunque, può sintonizzarsi sui
notiziari in qualsiasi momento - e altri grandi
industriali dei mezzi di comunicazione sono
all’inseguimento.
La televisione via satellite non è stata
l’unico fattore a monte della crescente
globalizzazione. Telefoni mobili, fax e reti di
computer, tutte tecnologie agli albori dieci anni
fa, oggigiorno per molte persone sono articoli
casalinghi che ci offrono immediato accesso
reciproco, dovunque ci troviamo. Questa crescente
facilità di comunicazione ha avuto il suo
impatto in eventi mondiali. Durante la rivolta di
Piazza Tiananmen in Cina, nella primavera del 1989,
gli studenti usarono i fax
dell’università per comunicare fra di
loro e trasmisero informazioni ai colleghi intorno
al mondo, che a loro volta rinviarono via fax i
propri rapporti. Il controllo delle notizie da
parte del potere era divenuto un compito molto
più arduo.
Anche le fibre nervose della rete globale hanno
continuato a svilupparsi rapidamente. Ora vi sono
nel mondo più di novecentomila telefoni: circa
diciassette ogni cento persone sulla Terra. Forse
non sono distribuiti equamente - la Svezia ne ha
sessantaquattro ogni cento persone, gli USA ne
hanno cinquantuno ogni cento persone,
l’Europa ventidue, il Sud America sei e
Africa e Cina soltanto uno ogni cento - comunque,
in tutte le nazioni, il numero è in costante
ascesa. Al momento in cui leggerete questi dati,
avrà probabilmente raggiunto il
miliardo.
Consapevolezza planetaria
Gli anni ottanta furono anche gli anni in cui le
condizioni ambientali fecero notizia. Per due
decadi, un piccolo ma crescente gruppo di persone
aveva espresso la propria preoccupazione per il
danno che il genere umano stava causando
all’ambiente e ai potenziali disastri che ne
sarebbero derivati. Eppure erano spesso
sottovalutate perché ritenute “eccessivamente
allarmiste” - o altrimenti semplicemente ignorate.
Per quanto riguardava i mezzi di comunicazione,
l’ambiente era solo l’interesse di una
minoranza.
Ma durante l’estate del 1988, campane
d’allarme globali suonarono forte e chiaro.
Ora i notiziari erano colmi di storie di delfini
che morivano a migliaia, rifiuti letali ributtati a
riva, buchi nello strato di ozono, riscaldamento
globale, disastri nei raccolti, laghi avvelenati,
alberi morenti e foreste incendiate. La mente
globale aveva preso consapevolezza del proprio
corpo.
Ora, mentre attraversiamo la decade finale di
questo millennio, sta diventando sempre più
chiaro che i problemi ambientali non possono
più essere ignorati. Essi pongono la minaccia
più grave che l’umanità abbia
sperimentato, e se non dovessero ricevere
l’adeguata attenzione, potrebbero annientare
ogni nostro progetto per una festa di Nuovo
Millennio.
Ciò che è più significativo è
che non sono soltanto gli individui a rendersi
conto dell’urgenza. Ci si sta rendendo conto
che l’industria deve spostare il proprio
obiettivo dalla crescita economica a fine di lucro
all’etica di uno sviluppo sostenibile, in cui
al “capitale ambientale” come terreno, foresta,
acque sotterranee e di superficie viene dato lo
stesso peso che al capitale finanziario. Un numero
crescente di dirigenti aziendali riconosce che, se
vi sarà un mondo in cui il commercio possa
continuare a essere operativo, dovrà essere
attento alla propria ecologia. Dovrebbe iniziare a
considerare se stesso e l’ambiente come un
unico sistema, un laccio chiuso entro il quale alla
fine tutto viene riciclato. Con questa prospettiva,
il valore di un’impresa è misurato non
solo in termini finanziari ma anche in ragione del
lasciare o meno la Terra nello stesso buono stato
nel quale era stata trovata.
La crisi della consapevolezza
Per quanto valore i modelli economici sostenibili
possano avere nel ridurre il danno ecologico, essi
non saranno sufficienti, da soli, ad affrontare le
sfide future. I cambiamenti necessari vanno molto
più in profondità. Per poter sviluppare
un’attitudine di cura verso il mondo,
dobbiamo produrre un nuovo modello di noi stessi,
un nuovo senso di chi siamo e cosa vogliamo
veramente. Dobbiamo andare al di là della
percezione limitata che vede soddisfazione soltanto
nelle gioie che possono derivare dal mondo che ci
circonda.
Dobbiamo arrivare a valutare il nostro sviluppo
interiore quanto, se non più, di quello
materiale. In altre parole, abbiamo bisogno di un
cambiamento di attitudine, un cambiamento di
cuore.
Recentemente, alcuni leader politici hanno
esaltato l’importanza di un tale cambiamento
di coscienza. Ad esempio, Vaclav Havel, ex
presidente della Cecoslovacchia, parlando a un
incontro congiunto di Senato e Congresso Americani
nel Febbraio 1990, ha detto che ventun’anni
di repressione gli avevano dato una certezza:
«La consapevolezza precede l’essere,
e non viceversa come asseriscono i marxisti. Per
questa ragione, la salvezza di questo mondo umano
dimora unicamente nel cuore degli uomini, nel
potere umano di riflettere, nell’umiltà
umana e nella responsabilità
umana.»
E ha concluso dicendo:
«Senza una rivoluzione globale nella sfera
della consapevolezza umana, niente cambierà
per il meglio nella sfera del nostra esistenza come
esseri umani, e la catastrofe verso la quale il
mondo si sta dirigendo - il crollo ecologico,
socialdemografico o della civilizzazione in
generale - saranno inevitabili.»
Forse la domanda più importante che
l’umanità deve rivolgersi è se
questa tendenza verso il risveglio interiore stia
crescendo abbastanza velocemente. I valori
dominanti sono di gran lunga quelli che nascono dal
bisogno di sostenere e difendere il nostro senso
egocentrico d’identità. Sappiamo, ad
esempio, che il fumo di scappamento dei veicoli
automobilistici è uno dei maggiori fattori che
contribuiscono all’effetto serra, le cui
ripercussioni minacciano seriamente il futuro della
civiltà umana. Eppure, poche persone, sono
disposte a rinunciare al lusso di
un’automobile - in effetti, la vendita di
automobili è ancora in crescita. È chiaro
che la distruzione dello strato di ozono pone una
minaccia ancora maggiore, non solo per noi, ma per
tutta la vita sulla Terra. Nonostante noi stiamo
limitando la produzione di clorofluorocarburi
(CFC), altre sostanze ugualmente pericolose sono
ancora prodotte, usate e disperse
nell’atmosfera, con il pretesto che “non
esistono sostituti soddisfacenti sul mercato”. Nel
frattempo, i governi sono riluttanti
nell’imporre alle industrie controlli
più rigidi sull’inquinamento, per timore
di perderne il sostegno, e di conseguenza il
proprio potere. Sembrerebbe che
l’umanità sia intrappolata in un
conflitto fra i propri bisogni autogenerati di
sicurezza, approvazione e potere, e il bisogno di
comportarsi in modo da favorire la vita ed essere
in armonia con l’ambiente.
Gran parte della colpa di questa attitudine
egocentrica è attribuita al nostro amore per
il denaro. Ma questa non è la radice del
problema; è solo il sintomo di una questione
più profonda. Ciò che sta alla base
è il nostro benessere interiore. Dietro ogni
cosa che facciamo, vi è la credenza che ci
porterà, in un modo o nell’altro, a una
maggiore soddisfazione, realizzazione,
felicità o pace mentale. Niente è
sbagliato nel cercare la felicità o la pace
mentale.
È la motivazione naturale alla base di ogni
nostro pensiero e azione. L’errore sta nel
presupporre che il nostro essere in pace o meno
dipenda da ciò che accade intorno a noi. Ecco
perché diamo tanto valore al denaro. Esso ci
dà il potere di cambiare la nostra esperienza.
Ci compra sicurezza, riconoscimento, stimolo o
qualsiasi altra cosa pensiamo di aver bisogno. E
noi crediamo che se questi bisogni fossero
soddisfatti, noi stessi saremmo soddisfatti.
Eppure, troppo spesso, scopriamo che la nostra
salvezza è temporanea. Presto questi bisogni
insorgono nuovamente e siamo spinti a sfruttare il
mondo un’altra volta, all’inseguimento
della pace interiore.
Questo attaccamento al mondo materiale come
sorgente primaria di felicità sta alla base di
gran parte delle follie che l’umanità
commette nel mondo. È questo che ci porta a
consumare risorse di cui non necessitiamo, a
trattare altre persone come fossero elementi di
un’equazione, a scaricare i nostri rifiuti
dove non si vedono e a maltrattare e abusare dei
nostri stessi corpi.
Eppure, la nostra cultura continua a comunicarci
che questo attaccamento non è solo normale, ma
corretto. Gran parte della nostra istruzione è
focalizzata sul conoscere le vie del mondo,
così da usarlo al meglio per i nostri scopi.
Il diluvio giornaliero fornito da televisione,
radio, quotidiani, riviste e manifesti pubblicitari
rinforza la credenza che la felicità derivi da
ciò che facciamo o possediamo. Dovunque
rivolgiamo la nostra attenzione, riceviamo conferma
che il benessere esteriore determina il benessere
interiore. Siamo stati in effetti ipnotizzati
nell’accettare che questo lato esteriore
dell’equazione sia tutto. Come scrisse Ralph
Waldo Emerson più di cent’anni fa nel
suo saggio Self-Radiance:
«La società, ovunque, è in
cospirazione contro la natura umana di ognuno dei
suoi membri. La collettività è una
società per azioni i cui membri si accordano
per assicurare a ogni azionista la migliore
salvaguardia del proprio pane in cambio della sua
cultura e libertà.»
La sfida di fronte a noi
Se dobbiamo smettere di abusare del nostro mondo,
è necessario che abbandoniamo i nostri
attaccamenti. Ciò non significa, come la gente
spesso suppone, essere distaccati, il che implica
autocompiacimento e noncuranza e, per alcuni,
vivere senza comodità e benessere materiale,
ma semplicemente non-attaccamento. Il benessere
materiale e le comodità vengono valutati per
quello che sono, ma non vengono visti come la
sorgente primaria o unica del nostro benessere
interiore. In uno stato di non attaccamento, non
crediamo più che ciò che abbiamo o
facciamo possa procurarci la pace che cerchiamo. Di
conseguenza, siamo liberi di prenderci cura in modo
più totale di altre persone e di tutti gli
esseri viventi.
Perciò, la lotta più importante in
questo stadio cruciale della nostra evoluzione non
è la lotta contro la fame, l’inflazione,
l’inquinamento o i governi corrotti. Ognuna
di esse è importante e non può essere
allentata. Non sarà comunque possibile
vincerle, finché non avremo anche vinto la
battaglia dentro di noi: la lotta fra il nostro
modo egocentrico di pensare e la conoscenza
interiore del fatto che la vita è ben più
che gratificare i bisogni del nostro ego.
La saggezza di base già esiste. È nelle
tradizioni spirituali di tutte le culture; è
stata espressa chiaramente da saggi e santi di
tutti i tempi; è dentro ognuno di noi. È
la verità che tutti conosciamo nel nostro
profondo. La questione è: come far uso di
questa saggezza? Possiamo viverla, piuttosto che
parlarne soltanto? Può penetrare le nostre
menti e i nostri cuori, dandoci la capacità di
metterla in pratica? Questa è la vera sfida di
fronte a noi, mentre entriamo nel prossimo
millennio.
Una prospettiva ottimista?
Nel passare degli anni, molte persone mi hanno
avvicinato per dirmi quanto trovino il mio
ottimismo piacevole. Questo mi sorprende. Non mi
considero un ottimista nel senso che credo che
tutto andrà bene. Né sono un pessimista.
Credo che stiamo attraversando il momento più
eccitante, più provocatorio, più
pericoloso di cui l’umanità abbia mai
fatto esperienza. In verità, potrebbe essere
la più grande sfida che il pianeta stesso
abbia mai sperimentato. E l’esito è
alquanto incerto. Se l’umanità non apre
gli occhi rapidamente, è probabile che la fase
attuale della civiltà umana incontri una fine
triste e dolorosa.
Vi sono coloro che credono sia già troppo
tardi. Potremmo avere già provocato danni
irreversibili all’ambiente, ed è solo
questione di tempo perché si inizino a
soffrirne le tragiche conseguenze. Alcuni
sostengono che l’apatia dei sistemi di
governo sia tale che, se anche fosse possibile
sviare il disastro, i cambiamenti appropriati non
verrebbero effettuati in tempo.
Mentre esistono chiaramente motivi per tale
pessimismo, non dobbiamo dimenticare che qualcosa
di totalmente inaspettato potrebbe cambiare tutte
le previsioni. Quasi nessuno aveva previsto il
drammatico cambiamento di svolta nell’Europa
dell’Est durante gli ultimi mesi del 1989.
Coloro che avevano captato la possibilità di
tali cambiamenti li prevedevano da cinque a
quindici anni più avanti. Anche adesso nessuno
sa dove porteranno. Il mondo, di conseguenza,
potrebbe diventare più stabile, o cadere in un
tumulto ancora maggiore. Si saprà col
tempo.
Siamo entrati nell’Era non della profezia e
della predizione, ma dell’imprevisto.
Potremmo trovarci dinanzi a molti altri mutamenti
politici inaspettati, imprevisti mutamenti
economici, imprevisti disastri, inaspettati
mutamenti climatici, imprevisti cambiamenti nel
pensiero, inaspettate scoperte, imprevisti
mutamenti d’opinione fra i nostri leader, e
possibilmente, cambiamenti così inattesi da
non potere nemmeno immaginare quali. Inoltre,
essendo il passo del tempo in continuo crescendo,
l’imprevisto sopraggiungerà sempre
più rapidamente.
Non possiamo pianificare come affrontare
l’imprevisto, ma ci possiamo preparare.
Possiamo sviluppare una maggiore stabilità
interiore, cosicché l’imprevisto non
desti le nostre paure e ci confonda troppo
facilmente; e possiamo favorire una maggiore
flessibilità interiore, in modo da saper
rispondere ai cambiamenti con presenza di spirito,
piuttosto che attraverso gli schemi del
passato.
Poi, man mano che inizieremo ad acquistare una
maggiore stabilità interiore e serenità
in questo mondo incostante, troveremo forse il
coraggio di esprimere i nostri valori più
profondi e usare la tecnologia per creare il mondo
che vogliamo veramente. Forse allora il cervello
globale potrà sviluppare un cuore
globale.
Peter Russell, Londra, 1994
